Più poveri di così

carducci

Questa è una foto del 1961, terza elementare Giosuè Carducci. Io sono il terzo da destra, tra quelli seduti. Eravamo in trentasei in classe. Una scuola di confine, tra lo splendore dei palazzi nobiliari dei corsi Re Umberto,  Vittorio Emanuele e  Matteotti e le case popolari dell’Ottocento del centro storico, quelle dei primi immigrati dal Sud e dal Veneto.

La scuola Carducci raccoglieva tutti, studenti che arrivavano al mattino accompagnati sulla berlina guidata dall’autista e bambini con le pezze rattoppate sul sedere, magri e affamati e con i geloni alle mani. Come il veneto P. che a casa aveva solo una stufa e suo papà lo portava a scuola a dicembre seduto su un sellino della bici, prima di andare in fabbrica.

Quello in ultima fila, alto come una stanga, si chiamava M. M., forse arrivava dalla Sardegna. Era il primatista dei ripetenti. Aveva rifatto due volte la prima, rifarà due volte la seconda, due volte la terza. Aveva i baffi e un accenno di barba.

M.M. non parlava, non comunicava, stava muto per giorni.  Era così povero che i suoi genitori non avevano i soldi per comprargli un paio di pantaloni lunghi. Così, se ne veniva in classe anche d’inverno con delle braghette corte di tela.

Una volta d’estate ho visto M.M. alla colonia estiva del partito Comunista in Val d’Ayas. Aveva i suoi calzoncini azzurri stinti, i baffi più folti e giocava a pallacanestro con dei bambini che sembravano i nanetti di Biancaneve in confronto a lui. Ci siamo guardati, ma non ci siamo salutati.

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