il notes di facebook

4 MARZO 2016 (via Facebook)

old time 9 copia

Quello in alto a destra è mio nonno materno. Giuanin. La foto è dei primi anni del Novecento, quel poco che si vede del campo non è il Santiago Bernabeu.

Nonno aveva due passioni: le ragazze più vecchie di lui (sposerà mia nonna che aveva 10 anni di più) e la Juventus, una vecchia signora anche lei. Nonno era un mediano (come si dice oggi?), qualche anno prima di questa foto fece un provino nella Juventus. Lo presero in una formazione di ragazzetti, raccontava di essersi seduto una volta in panchina in un campionato cittadino. Poi tutte squadrette di periferia, di operai della Fiat come lui e come gli altri giovanotti della foto.

Giuanin non si era iscritto al partito fascista. Si fa qualche giorno di galera quando Mussolini viene a Torino alla Fiat. Poi lo licenziano. Niente partito, niente lavoro. Saranno anni durissimi con una famiglia da crescere e la guerra e la lotta antifascista. Lui aspetta sempre la domenica, i campetti sterrati e la “sua” Juve. Il mondo che non c’è più, ma che nel mezzo di quella tempesta gli regala qualche sogno.

Molti anni dopo, Giuanin decide che a cinque anni ho l’età giusta per innamorarmi di una Vecchia Signora e mi porta al Comunale. Di quella partita non ricordo nulla, perché schiacciato su quei gradini non ho visto un accidente. Ma le pacche di Giuanin sulle spalle, i sorrisi, l’aria festosa (naturalmente avevamo vinto) sono rimasti intatti, lì nella memoria per tutto questo tempo. E’ proprio così che ci si innamora. Forza ragazzi, ora è il momento ‪#‎finoallafine‬

22 SETTEMBRE 2015 (via Facebook)

Queste sono le più vecchie lettere di famiglia che possiedo. La prima è datata 1° agosto 1912 (103 anni fa). Arriva da Fabron (Nizza, Francia) e la scrive madame Marie Lourich, Villa Gabriel, Quartier de la Lanterne. E’ indirizzata alla famiglia di mia nonna: “Domenica è in grave pericolo, bisognerebbe prevedere, se qualche d’uno della famiglia potesse venirla a vedere e confortarla”.

La nonna stava morendo di tifo in un ospedale. Tra Nizza e Cuneo non c’era modo di comunicare. Aveva poco più di vent’anni. La seconda lettera è di un mese dopo, il 9 settembre, sempre da Nizza, un certo Giovanni Bertaina scrive a Cichin, fratello di mia nonna: “Vorrei mandarti notizie migliori di tua sorella, ma ha la febbre alta e proprio oggi ha avuto una giornata difficile. Vorrebbe che tu venissi a trovarla”.

Nonna si salva due mesi dopo, prima che tutte queste lettere arrivino a destinazione e prima che lei possa scriverne una da spedire a casa. La leggenda narra che si sia salvata bevendo champagne. Mia mamma diceva: “E’ stato l’unico rimedio, per tutta la vita non ha mai più voluto nemmeno vederlo”.

 

9 SETTEMBRE 2015 (via Facebook)

“…saluti a te e famiglia, e ricevi mille e un bacio dal tuo, per la vita, Giovanni”.

Questa lettera, risalita in superficie attraverso quella fessura spazio temporale che ho qui in casa, è datata 6 agosto 1923. Era la dichiarazione d’amore di mio nonno Giovanni alla sua futura sposa Domenica. Il nonno (materno) aveva il diploma di terza elementare, la nonna di quinta. Nonno era un operaio e abitava a Torino, la nonna a 90 chilometri di distanza.

Giovanni scrive: “Quanto lunghi sono questi giorni! Sul lavoro poi non parlo, non passa un minuto che non dia uno sguardo all’orologio, figurati che in certi momenti ho voglia di romperlo!”.

E poi: “Quando sei partita, non ci crederai, ho pianto due ore di seguito, non ho più dormito, pensavo a te che eri lontana!”.

La terza elementare, il 1923, il lavoro in fabbrica, quell’omone gigante di mio nonno, che pagherà caro il prezzo della lotta al fascismo, piangeva la notte per la ragazza che amava. L’ho scoperto oggi, più di 90 anni dopo.

 

31 AGOSTO 2015 (via Facebook)

Sono alto 1,67 centimetri. Lo ha certificato nel 1967 il medico dell’Ospedale Militare di Torino quando sono stato alla visita di leva. Nudo e scalzo sulla pedana, con la barra misuratrice schiacciata sulla testa. Il dottore in camice bianco ha sbattuto la mia cartella medica sul tavolo e prima di mettermi due dita sono le palle e farmi tossire ha scritto: “Altezza 1,67”. E’ stata la miglior misurazione di sempre.

Prima di allora avevo sempre barato, in qualche modo. Sulla carta d’identità avevo fatto scrivere 1,70. Allo sportello non ti misurano, fa fede quello che tu dichiari. Avrei potuto spingermi a 1,71, ma temevo l’impiegata. Sui documenti di oggi ho 1,67 e l’ultima volta la donna allo sportello mi ha detto: “La facevo più alto”.

Sono un vero “cit e gram”, che in italiano vuol dire “piccolo e cattivo”. In fondo è quello che noi under 1,70 siamo. Rissosi e paladini delle cause più balorde, rivendichiamo diritti per noi e per gli altri e fin che l’età lo permette anche disposti allo scontro fisico. Da ragazzo giocavo malissimo a calcio, ma un ruolo di terzino l’ho sempre avuto. Picchiavo e falciavo. Un pomeriggio d’estate a Celle scarpono la palla al “come viene viene” e quella finisce nel cortile di una segheria. Entro nell’edificio e l’uomo della sega ha il mio pallone in mano. Prende un chiodo e lo buca. Gli urlo: “Lei non è gentile!”. Mi restituisce il cuoio afflosciato spingendomi a manate fuori dal suo laboratoio.

In prima liceo ero il penultimo della fila, in seconda il primo. Qualche cosa deve essere successo se in appena dodici mesi sono diventato il più piccolo della classe. Ho il sospetto di essermi fermato. Per cinque anni però ho vinto la corsa degli 80 metri.

In un parco divertimenti alla periferia di Torino, di un martedì grasso di trent’anni fa, a mia sorella Elisabetta rubano il portafoglio dalla borsa. Vedo il ladro che materialmente s’infila in tasca il malloppo. Un altro bassetto che corre velocissimo. Entra in un bar (visibilmente un covo di delinquenti). Mi fiondo anch’io e sulla porta grido: “Qui c’è un ladro!”. Quelli appoggiati al biliardo si voltano e mi bastano tre secondi per capire che avevo sbagliato tattica.

Ho sempre diffidato degli alti. Ogni volta che cambiavo redazione mi domandavo quanto basso o alto sarebbe stato il mio nuovo capo. Il più splingone di ogni tempo è stato è un certo Liberali, negli anni della Mondadori. Abbiamo litigato dopo sette giorni, mi ha rovesciato la scrivania tentando di menarmi.

Fruttero e Lucentini dicevano: “Quando uno ha la faccia da picio è un picio”. Ecco, sarà stato un caso ma quel lungagnone aveva quella faccia lì.

 

28 AGOSTO 2015 (via Facebook)

La via Aurelia, qui in Liguria, è sempre un eccellente posto per litigare. Un camionista italiano tinto di biondo, portatore di frutta e verdura (in palese divieto di transito, di sosta e anche di esistenza) mi ha dato dello “scemo” stamattina. Ho risposto “scemo tu” . Punta di fioretto, direi ragazzini.

Ha rincarato: “Le ferie ti hanno dato alla testa”. Io: “Vai a lavorare!”. Poi lo scambio di amichevoli saluti schizza in alto per gergo regionale. Lui: “Belinone”. Io: “Picio mal nato”.

Lui: “Va ai farti fottere!” . Io : “E tu va a fan’ culo”. Poi gesti di corna e dito medio ben ritto. Tutto a distanza, lui appeso alla portiera del suo furgone, io dall’altra parte dell’Aurelia. Qualche tempo fa un tizio a Vercelli, per un caso analogo, mi aveva detto: “Se non fossi un pensionato ti menerei”. E’ durissima da trangugiare, anche stamattina avrei preso un sacco di botte.

 

22 AGOSTO 2015 (via Facebook)

Il dibattito di oggi (prima di Repubblica) è : i genitori fanno bene a baciare il figli sulla bocca? Secondo uno studio americano pare che non sia opportuno. Per quanto ne so, mia mamma non mi hai mai baciato sulla bocca. E nemmeno papà, non gli sarebbe passato per la testa e l’avrebbe in ogni caso trovato “abbastanza” sconveniente.

Nostra nonna ci baciava sulle guance lasciando una striscia di saliva, perciò per me e mia sorella era una gara a non baciare la nonna.

Sui baci non ho saputo altro per molto tempo. In IV ginnasio al liceo D’Azeglio (mia fugace apparizione nella élite culturale di Torino, poi a forza di tre in greco ho scelto un palcoscenico scolatico più abbordabile) un tipo (credo si chiamasse Vitolo) che vantava tre bocciature nel suo palmares, mi ha preso da parte nell’intervallo e mi ha chiesto: “Hai i peli sul pube, Levi? Se non li hai non hai mai baciato alla francese”.

Ora, io portavo ancora i calzoni all’inglese, non conoscevo nessun francese, non avevo la più pallida idea di come costoro si baciassero tra loro. A casa in bagno ho verificato il pube e in effetti non era quello di una scimmia. Forse Vitolo, che aveva già un accenno di barba, aveva ragione.

Così, non mi sono più fatto domande. In un’epoca in cui la rete era solo quella della pallavolo, la condivisione dei pensieri era sconosciuta e gli amici erano quelli come Vitolo non era facile districarsi. L’Eniciclopedia dei Ragazzi di Mondadori non diceva niente su sta’ faccenda dei baci dei francesi. Avevo capito solo che gli eschimesi si trofinano il naso e questo equivaleva al loro bacio. Un po’ poco.

Mi sono dato da fare. Ho trovato ben nascosto in libreria La Romana, il capolavoro di Moravia. E lì ho capito. Era la teoria, per la pratica dovevo aspettare, come il sapiente Vitolo aveva pronosticato.

 

19 AGOSTO 2015 (via Facebook)

Nella casa del mare ho i topi. Guardinghi nelle notti stellate o sotto i lampi del temporale passeggiano sul terrazzo. Raspano, frugano, grattano. Sono lunghi e opulenti.

Ho chiamato l’uomo delle trappole. Un tizione da 130 chili che maneggia, con guantoni giganti, minuscole trappolette di plastica. Dentro c’è il veleno. Questo sa di fragola. Mi dice: “Ogni sei mesi cambiamo gusto, d’inverno va di più la mela”.

Dice che in genere arrivano in cinque o sei, il più vecchio entra nella trappola, strappa un morso di fragola e se ne va. Gli altri rattoni lo seguono su per la collina, tra gli ulivi. L’anziano in poche ore varca la soglia del paradiso dei ratti e i ragazzi che erano con lui se lo mangiano. Gli faranno presto compagnia. “Ma alla fine vinceranno loro, sono miliardi, mi creda” sibila mentre posiziona il suo stecco saporito.

L’omone delle trappole mi dice che va di corsa “Sa, con il nostro mestiere”. Sale su un’auto che ha dipinto sul cofano : “Pronto intervento”. Sul terrazzo c’è questo invitante profumo di fragola.

 

7 AGOSTO 2015 (via Fcebook)

La spiaggia è un posto dove uno va a guardare il mare. Lo guarda e lo riguarda, a volte anche per otto o nove ore. E lui è sempre lì, preciso e indentico da un paio di milioni d’anni. Però tu che hai la tua sedia e il tuo ombrellone lo tieni d’occhio, ondina dopo ondina. Come se quell’acqua che sballonzola potesse di colpo fermarsi.

Vai in spiaggia con il giornale, la Settimana Enigmistica, un libro, due libri, tre libri, il Kindle con cento volumi di letteratura classica di duemila pagine ciascuno, ti siedi sul tuo cadreghino all’ombra e che cosa fai? Guardi il mare. Quando non c’è vento (Liguria di Ponente) è sporco che fa schifo, anche alle sette del mattino. Con le sue bollicine che seguono la corrente e che le ondine portano prima a riva poi al largo, prima a riva e poi al largo, prima a riva e poi al largo. E tu, con tutti i tuoi libri sulle ginocchia, le conti.

C’è il fatto che se fa un caldo bestia sai già che quel ribollio ti terrà a breve una discreta compagnia, appena deciderai di alzare le chiappe dalla sedia e “tuffarti in mare”. Cadrega che, tra l’altro, verrà subito occupata da qualcun altro. “Scusa, mi sono sbagliato, non sapevo che era tua”.

Negli stabilimenti balneari liguri (stabilimenti? che cosa producono? chiederebbe Marchionne) vigono leggi severissime. Il bagnino e i suoi vice sono gli sceriffi addetti a far rispettare la legge. Il gesto più proibito che uno possa fare è giocare con la palla. Il bagnino (che indossa i panni di Clark Kent ma tutti sappiamo che è Superman) ti vede in qualsiasi angolo della spiaggia, e pure dietro le cabine e forse anche dentro. Subito scatta la sequenza degli avvertimenti, prima dall’altoparlante, poi, se non basta, face to face, la cosiddetta “reprimenda frontale”. Che si chiude con la sentenza: “Quel pallone te lo buco”. Se hai dai due ai tre anni ci sono gli “arresti domiciliari”. Cioè, stai in custodia preventiva con la mamma e puoi muoverti solo per andare in acqua.

Il gioco della palla è gravissimo, è più facile farsi un paio di canne sotto l’ombrellone. D’altra parte la legge è la legge. La palla sta a casa. Sul resto non so, per il fumo di giornata ognuno si regola come crede.

Parto per la spiaggia.

 

6 AGOSTO 2015 (via Facebook)

E poi c’erano le vacanze in Svizzera. Ogni anno ad agosto, 15 immancabili giorni. Sempre a Kandersteg, Oberland Bernese. Oggi affollata e fastidiosa colonia milanese, negli anni Sessanta sconosciuta agli italiani. Gli unici che incrociavi sudavano in canottiera a riparare le strade e gridavano: “Forza Toro!”. Papà adorava la Svizzera. Quel Paese l’aveva salvato, accogliendolo (a caro prezzo) come “rifugiato”, dalla furia dell’Olocausto. Lui considerava la Svizzera la sua seconda patria. Ha coltivato, raccolto e pelato patate per più di due anni.

In quell’inverno del 1943 erano fuggiti in cinque: papà, sua mamma con la sorella Emma, il marito Arrigo e il figlio Marcello, cugino di papà. Scapparono un giorno di dicembre, prima dell’alba, attraverso le colline del Varesotto, dove la Svizzera confina con l’Italia. Una fuga drammatica, accompagnati da due contrabbandieri, ingaggiati a carissimo prezzo. La rete di recinzione al confine era controllata dai repubblichini fascisti e dalle Ss. I contrabbandieri alzano la rete, a 100 metri ci sono i soldati svizzeri. Portano tutti e cinque ad un controllo di polizia.: “Oggi ci sono 4 posti disponibili, il quinto torna indietro”. Era lo zio Arrigo. I soldati lo riaccompagnano al confine. Arrigo è di nuovo in Italia, fa pochi passi e finisce in una pattuglia delle Ss, morirà pochi mesi dopo ad Auschwitz.

A Kandersteg affittavamo un appartamento in uno chalet. Fuori dal paese, verdissimo, profumato, pulitissimo. Davanti solo le montagne, la punta acuminata del Doldenhorn, i ghiacciai. Pioveva un giorno sì e l’altro pure. Mamma sognava la spiaggia di Alassio. Io disegnavo con i pastelli stelle alpine e giocavo in giardino con mia sorella Betty alla “corsa delle lumache”, che con quell’umidità erano più numerose degli abitanti del paese.

Un giorno con la Fiat 1100 bianca partiamo e andiamo in gita a Basilea. In città una lunga strada, una piazza e al fondo un ponte. A metà, il confine con la Germania. Papà parcheggia e a piedi ci avviamo alla sbarra, dove c’è la bandiera tedesca. Papà si ferma. Ci pensa un po’: “Io tornerei indietro, è tardi, poi non c’è niente da vedere”. Papà è vissuto fino a 91 anni e non ha mai voluto visitare la Germania.

 

2 AGOSTO 2015 (via Facebook)

Una volta siamo partiti per le vacanze il 2 agosto. Doveva essere il 1957. Destinazione Venezia, mezzo di trasporto una Fiat 600 (bianca). In quattro, papà al volante, mamma vicino, mia sorella Betty ed io seduti dietro. I bagagli sul tetto. Autostrada Torino-Milano, a Chivasso Betty è già stufa. Giochiamo a carte, però ci viene un po’ di nausea perché la 600 non ha i finestrini dietro.

Papà decide che faremo una tappa a Bergamo. Per fortuna. A mamma Bergamo piace moltissimo. Nella Cappella Colleoni ci stiamo delle ore. Quando usciamo io e Betty siamo sfiniti. Papà ci dice che Venezia è un milione di volte Bergamo in fatto d’arte. Vorrei che mi lasciassero a Bergamo. Per sempre.

Il mattino dopo la 600 gratta un po’, ma cammina. Mamma vuole fare una deviazione. Sirmione, lago di Garda. Ci allontaniamo da Jesolo (che per loro era Venezia), ma il fatto è che mamma conosce a memoria l’intera opera di Catullo. Cita le liriche nel suo perfetto latino e noi non capiamo un accidente. Mamma però non sa che le grotte sono in realtà una grandiosa villa sul lago. Si chiamano così perché quando venne riscoperta nel Quattrocento era sommersa da vegentazione, tanto da sembrare un complesso di grotte. Noi, famiglia Levi del 1957 in 600, stremati da un caldo lacustere e africano, tutto questo non lo sappiamo. E soprattutto non avevamo Wikipedia (che è la ragione per cui adesso io lo so).

Papà parcheggia e mamma ci fa infilare pesantissimi golf di lana: “Se andiamo nelle grotte farà freddo”. Il resto è storia. Nella villa si scoppia d’afa. Ci spogliamo alla velocità della luce e ci trascineremo la nostra lana per tutta la mattina. Papà propone di fermarsi per la sera a Sirmione, approvata all’unanimità. E mi dice: “Venezia è molto più di Sirmione”. A me, forse forse forse, sta’ Venezia non piaceva.

 

31 LUGLIO 2015 (from Facebook)

Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti (La Luna e i falò – Cesare Pavese).

Questo è il mio. I prati, le colline, le vigne, gli alberi, una chiesa. Mi aspettano da cinquant’anni. Ogni volta (sempre più rare) che ci torno è come se aprissi la porta di casa. Qui il tempo è quasi fermo, viaggia lentissimo con le stagioni. A volte, senza alcun prevviso, ho la necessità fisica di partire di corsa da Torino per arrivare fin qui. Con il sole, la pioggia e anche la neve. Solo per respirare, guardare, toccare i muri intorno. Mi siedo sulla panca di legno sotto il balcone con una una toma di Melle molto stagionata e pane casereccio ben cotto. Il resto lo fa questo luogo, chiudo gli occhi e annuso il profumo dell’aria. “Quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Piazzale della Madonna del Campanile, secolo XVII, Busca (Cuneo).

 

28 LUGLIO 2015 (from Facebook)

Un mio compagno di liceo aveva un sacco di ragazze. Ma proprio tante. Una filosofia di fondo lo ispirava: “purché respirino”. Con questo unico e cristallino paletto tutto diventava più semplice. Lui diceva di averne in media almeno 200 all’anno. Una volta l’ho visto con una tipa inguardabile. Miopissima con i denti gialli e mal curati. “Beh? Le metterò un cuscino sulla faccia quando sarà ora”.

Io, al contrario, mi dedicavo molto ai dettagli. Il naso, la bocca, gli occhi, le mani, i fianchi, persino le caviglie. Così raccoglievo niente. O poco. Certo non entravo mai nel club delle “100 all’anno”. La nostra seria A. Al massimo potevo giocare, se era un’annata d’oro, in Promozione. O anche meno.

Una sera d’estate, come queste ribollenti, il mio amico mi dice: “Stasera c’è una festa nel salone di una parrucchiera, vieni anche tu, vedrai che lì andiamo lisci”. La verità è che lui doveva chiudere la settimana a +5 per stare sopra la media del trimestre precedente. Io con +1 sarei stato sopra le media dell’intero anno. Come la Fiat prima di Marchionne, bastava vendere una macchina.

Il salone è davvero affollato. Femmine in grande quantità. Per non cadere nel loop di quello “che mette i dischi” e non si schioda da lì, mi siedo su una poltrona sotto un casco della permanente. Davanti ho lo specchio e un ripiano con pinze e bigodini. Il mio amico al minuto 12 ha già le mani ben strette sulle natiche di una tizia che non riesco a vedere. Però delle due l’una, o zoppica o ha le scarpe che le fanno male. No, zoppica.

Per parte mia sento l’intero Lp dei Dik Dik e molto altro. Quella davvero più carina è la parrucchiera. Quasi quasi. “Occhio al casco”, mi dice. Solo questo, poi si abbarbica ad un tipo in canottiera che non va tanto per il sottile.

Il salone diventa una sauna, i lenti arroventano il pavimento in linoleum, ad un certo punto non c’è più una luce accesa. Esco e torno a casa. Mia mamma mi dice: “Dovresti cercarti una commessa dell’Upim. Quelle di piazza Sabotino sono molto carine. E se vai ancora dalla parrucchiera fatti tagliare almeno i capelli”.

 

23 LUGLIO 2015 (from Facebook)

Carla Vistarini è la sorella di Mita Medici. Quelli della mia età sanno di che cosa sto parlando. Eccome, se sanno. Carla ha ricordato (in un post qui su fb l’altro giorno) che Mita è stata il 18 luglio tra i protagonisti di una puntata di TecheTecheTè.

Mita albergava nei miei sogni di ragazzo esattamente come Francoise Hardy. E anche un po’ come Catherine Spaak, che però era più grande di età (quando è uscito La Voglia Matta avevo solo 10 anni). Per quanto precoce nei gusti femminili l’avrei affiancata al duo Medici-Hardy soltanto qualche anno dopo.

Di Mita sapevo tutto. La Ragazza del Piper se ne stava appesa sul muro della mia camera in poster spiegazzato di Giovani e forse anche di Ciao 2001 (beh, non da sola. L’altra era Marilyn Monroe). Se voglio puntare al massimo devo avere una ragazza che sia come Mita, pensavo. Una volta un mio compagno di scuola mi dice: ti presento una che sembra la Medici. Abbiamo rotto l’amicizia.

Nel 1977 comincio a “fare il giornalista” in una tv privata torinese. Diciamo che bazzicavo lì. Un pomeriggio, e lo ricordo come fosse ieri, entra, in questa specie di appartamento che noi chiamavamo televisione, Mita Medici in persona. In Persona, non so se mi spiego. Sono lì che bighellono nel corridoio, lei la Ragazza del Piper e di tutti i miei sogni e speranze (e anche desideri speciali di adolescente) mi saluta. Sorride (proprio quel sorriso lì, uguale uguale) e mi dice che ha perso il cane e se possiamo dare l’annuncio in qualche nostro programma. Che cosa ci facesse Mita a Torino non lo so, forse era in teatro o in Rai, sta di fatto che le dico: Mita andiamo a cercarlo insieme, magari lo troviamo!

Parcheggiata davanti alla tv ho la mia Fiat 127 amaranto. Mita sale e cominciamo un lunghissimo giro nel centro storico, dalle parti di piazza Vittorio. Del cane non c’è traccia, scannerizziamo tutte le bestie a quattro zampe che incrociamo. Dentro di me spero che questo cane non si trovi mai, vorrei fare l’autista della Medici al posto del giornalista.

Ora non ricordo più com’è andata a finire, il cane non l’abbiamo trovato e ho riaccompagnato Mita in qualche posto dove era attesa. Torno in tv, guardo il sedile in plastica beige della 127 e penso: lì si è seduta la Medici. La ragazza del mio poster.

PS. L’annuncio della scomparsa del cane della signora Mita Medici l’abbiamo messo, la sera stessa, nei titoli di apertura del telegiornale.

 

21 LUGLIO 2015 (from Facebook)

Quando l’uomo è andato sulla Luna avevo 17 anni. Ero al mare. E la mia prima più grande preoccupazione, quella sera di 46 anni fa ad oggi, era che avevo un penosissimo Ciao e che forse (forse forse) c’era una ragazza che non era niente male.

La mia seconda più grande preoccupazione era: se la convinco dove la porto? In spiaggia che mi vedono tutti? Andiamo in due sulla monosella del Ciao?

La mia terza più grande preoccupazione era: faccio lo scemo tutta la sera o sono un tipo Humphrey Bogart (avevo appena visto in tv Casablanca) e vedi che niente niente ci sta subito?

Siamo andati in spiaggia. Tutti, l’intera compagnia. Abbiamo fatto il gioco dei “prigionieri”. Ognuno doveva mettere dei sassi in circolo sulla sabbia e “imprigionarsi” con qualcuno. L’ho convinta. Siamo stati io lei prigionieri insieme dalle 10 all’una di notte. Sdraiati in riva al mare, al buio, a contare le stelle. A dire, questa è mia, questa è tua. Poi è arrivata la Luna. Quella Luna. Faceva una luce! Guardavo la sua pelle e mi dicevo, mannaggia stasera.

Poi lei ha cominciato a parlare così tanto, ma così tanto, ma così tanto che mi è venuto sonno. Quando mi ha detto: vorrei avere dieci figli e mi ha elencato i nomi che avrebbe dato a ciascuno sono crollato. All’una nessuno era venuto a liberarci. Mi ha dato un bacio sulla guancia e mi ha detto che ci eravamo conquistati la nostra libertà.

Armstrong scusami, non ti ho visto quella notte. Baci.

 

14 LUGLIO 2015 (from Facebook)

A me il mare non piace. Lo soffro. Se salgo o mi siedo o mi sdraio su una qualsiasi superficie piatta solida che sballonzola sull’acqua patisco. Al massimo arrivo ad un materassino sgonfio. La prima volta che sono andato al mare avevo sei mesi. A Nervi, vicino a Genova.

Sono dunque 62 anni e mezzo che vado al mare. Sempre, estate o inverno. Ne ho visti di tutti i generi: dal Mediterraneo all’Atlantico fino al Pacifico. Ho letto ogni libro pubblicato sulle traversate in solitario, da Kon Toki a sir Francis Chichester. Alcuni riletti più volte. Da bambino mia mamma ha anche voluto che stringessi la mano a Thor Heyerdahl, che stava a Laigueglia vicino a casa nostra. Nuoto, ma quando sono lì a mollo non so dove andare. Il fisiatra mi ha detto “nuoti per la sua schiena”. Per la mia schiena, non per me. Lui però non ha capito.

Una volta in Florida sono salito su una portaerei, saldamente ancorata alla sua banchina. Beh, la sentivo leggermente ballare. Ho provato anche con Valentino, il battello che naviga sul Po, poco poco poco ma anche lui ondeggia.

Se mi siedo sulla riva del Lac Bleu e guardo il Cervino m’illudo di potercela fare un giorno a salirci. Se passeggio in Val Ferret le Grandes Jorasses sono fonte d’ispirazione. M’incanto alle Pale di San Martino o ad altre mille altre meraviglie di roccia e di granito. Una volta a Punta Helbronner mi sono commosso.

Riparto per il mare, buone vacanze.

 

10 LUGLIO 2015 (from Facebook)

Avevo conosciuto Omar Sharif nei miei anni di redattore di Topolino. L’unico giornale che apriva qualsiasi porta. Ci eravamo visti nella pausa di una registrazione di un programma televisivo a Milano, mi sembrava stanco, erano forse gli anni più difficili del suo lavoro, non parlava con i giornalisti. Ci siamo seduti sui gradini dello studio e abbiamo chiacchierato un po’. Sorrideva perché ero l’inviato di Topolino, poi siamo finiti a parlare di bridge, del Blue Team, del suo amico Belladonna e delle tante partite che aveva giocato a Torino. La sera mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: non ci siamo Gio, i baffi non bastano. Con Mark Spitz è l’uomo che più di ogni altro avrei voluto essere.

 

6 LUGLIO 2015 (from Facebook)

Mio nonno Ernesto è morto in un luglio torrido come questo nel 1933. Suo figlio (mio padre) aveva 12 anni. Di lui mio papà non ricordava nulla, ma diceva: “L’era un ‘pastisun”. Un pasticcione. E’ morto di una male forse trascurato, senza un quattrino in tasca.

Ernesto aveva sposato Michelina per amore. O meglio, il matrimonio, come sempre tra gli ebrei, era stato combinato dal rabbino di Casale. Lui però aveva seriamente perso la testa per questa ragazzina di Acqui, dagli “occhi celesti”, di ottima famiglia, che parlava francese e suonava Chopin al pianoforte. Il fatto è che a lei proprio non andava sto’ uomo bassotto e ciccione con i baffetti, più anziano e senza un mestiere vero.

Lui tuttavia era così innamorato che per convincerla delle sue buone intenzioni, una sera d’estate, aveva ingaggiato un’orchestrina casalese e tutti insieme erano partiti per Acqui a intonare una seranata sotto il palazzo di Michelina. Ernesto suonò il suo mandolino, dicevano, con una grazia mai vista prima.

A Ernesto piaceva ballare, era intonatissimo, aveva la musica nel sangue. Era colto, declamava poesie, sapeva tutte le regole perfette del galateo. Certo, sul fronte economico non era un maestro. Le sue mille attività non lo portavano mai da nessuna parte.

Alla fine Michelina cedette e si sposarono. Ernesto affittò a Torino un appartamento di un nobile squattrinato e comprò anche i mobili d’epoca che c’erano dentro. Per quegli “occhi celesti” questo e altro.

Il 25 ottobre del 1929 investì quanto gli era rimasto in banca in azioni alla Borsa di New York. Il 29 ottobre il crollo di Wall Street cancellò l’ultima speranza di riassetto dei conti di Ernesto.

Il nonno si romboccò le maniche, trasferì Michelina e suo figlio in una pensione di quart’ordine, in un carugio di Genova, e aprì una bottega di tendaggi e stoffe, in un vicolo lì vicino. Si mangiava una volta al giorno, diceva mio padre.

Il capolavoro della sua vita in salita rimane la corte serrata alla nonna, la ragazza che aveva amato davvero.

E’ sepolto al cimitero storico di Staglieno a Genova, ma non sono più stato capace di ritrovarlo.

 

5 LUGLIO 2015 (from Facebook)

La luce o l’aria, l’estate è così. Una magia, per questo mi piace e mi crogiolo dentro. A volte, nel caldo torrido o in una sera sulla riva del mare si apre una fessura nel tempo, a me basta un odore o un suono o un profumo. Lo so che non accade, che è una sensazione, che è immateriale, che quello che sento o vedo non c’è, ma mi ritrovo lì all’improvviso e sono dolcissimi quei pochi secondi di un tempo che non ricordavo ma che era da qualche parte nella mia memoria.

 

10 MAGGIO 2015 (from Facebook)

Fare pipì contro un albero. So benissimo che non è un tema centrale. Pazienza, io sono all’incirca cinquant’anni che faccio pipì sempre contro lo stesso albero. Certo, con meno regolarità di un tempo (ho imparato a usare i normali servizi igienici) e poi perché abitiamo distanti l’uno dall’altro e devo essere solo, stare all’occhio che non passi qualcuno, guardarmi intorno. Mica è come da bambini. E’ un castagno, anzianissimo e in salute. Lo vedo dal tronco, dalle radici che spuntano, e dalle foglie spettacolari in questa stagione. Abita in un viottolo di campagna, a mezza collina, vicino ad una “bialera” gonfia d’acqua.

E’ cresciuto tanto in più di mezzo secolo, quando il nonno la sera, prima di portarmi a letto, mi chiedeva: “vuoi fare pipì normale o contro l’albero?” Mai un dubbio. Pipì normale, in quella ruspante cascina in mezzo ai vigneti, che era la nostra casa di campagna, voleva dire un bugigattolo esterno, con quattro pareti di mattoni e un water che non ho mai capito bene dove scaricasse. Perciò, albero nonno. Albero. E me ne stavo lì con le mie braghette corte a guardare bene che finisse sul tronco e non sui sandali. E poi c’erano tutte quelle lucciole che uscivano dal buio e pensavo che se non fosse esistita la notte non ci sarebbero state nemmeno loro. Era un buon modo per addormentarsi la sera.

Ci sono tornato tre giorni fa. E’ sempre lì, niente lucciole, la strada ha l’asfalto e non la polvere, della casa non è rimasto quasi più nulla, forse non è nemmeno abitata. Però noi due è come se ci riconoscessimo. Lo sento: “è ancora qui quello spaccaballe, sono cinquant’anni che mi piscia addosso”. Ma è affetto, lo so.

 

8 MAGGIO 2015 (from Facebook)

Io ho due Rolex. Uno vero e uno finto. Quello vero me lo aveva regalato papà quando ho compiuto vent’anni. Stavo per comprarmi una stupenda Lancia coupè e mi sentivo bene. Votavo a sinistra, avevo un Rolex, una macchina come si deve e non ero poi tanto male. Che cosa avrei dovuto fare, martellarmi le balle perché in Unione Sovietica il Rolex non era l’orologio del popolo?

Quello falso me lo sono comprato da un nigeriano sulla spiaggia di Forte dei Marmi. Ed è quello della foto. E’ una copia, ma comprato al Forte è come se fosse vero.

Il Rolex autentico è stato più volte nella clinica svizzera del costruttore, perché è andato lentamente in pezzi. Il falso da anni stava in un cassetto e appena l’ho ripreso in mano si è messo a funzionare, così preciso con il medesimo movimento meccanico del Rolex vero.

E’ cinese, venduto da un tizio della Nigeria, e va come dovrebbe andare un orologio svizzero.

 

29 APRILE 2015 (from Facebook)

Che serata quella di Santhià. Debbo, come sempre in questo tour di Volevo essere Jim Gannon, un po’ di ringraziamenti. Certamente non scontati. Quando torno nel Vercellese le serate sono davvero molto speciali. E dunque un grazie alla Compagnia dell’Armanac che ha organizzato l’evento e alla Biblioteca Civica di Santhià (davvero notevole) che ci ha ospitati, ai tanti lettori e amici. E poi a Enrico Demaria, che non perde mai l’ironia e tiene le fila di tutte le nostre chiacchierate. E a Lorenzo Proverbio di Edizioni Effedì. Abbiamo viaggiato in 30 anni di giornalismo italiano con aneddotti, storie, personaggi che per un’ora e mezza ci hanno fatto sorridere. Uno speciale ringraziamento al mio antico compagno di scuola Claudio Repetto Claudio che ha voluto esserci.

 

24 APRILE 2015 (from Facebook)

Sono cresciuto con Bella Ciao. Mamma aveva comprato un burattino che raffigurava Gianduja. Nel nostro lessico famigliare far muovere la marionetta si diceva “ballare”. Perciò quando io dicevo “mamma fammi ballare Gianduja” mi sedevo sotto il tavolo della cucina e lei stando in piedi calava sul pavimento la marionetta appesa ai fili. Vedevo Gianduja, ma non la mamma. Trovavo lo spettacolino incantevole, durava cinque o sei minuti ed era sempre un monologo sugli effetti benefici del vino. Alla fine mamma inchinava la marionetta e faceva dire a Gianduja, con tono da ubriaco: “Adesscio bambini vi canterò una cansone. Hic!”. La canzone era sempre invariabilmente Bella Ciao, che mamma intonatissima cantava con la solennità di un inno.

Gianduja e Bella Ciao sono stati la mia fiaba dell’infanzia. Un’accoppiata così improbabile da rendere unico (e mio e soltanto mio) quello spettacolo. Mamma amava Bella Ciao, la canzone della sua vita. Lei che a 19 anni aveva corso su e giù per le montagne della Val Varaita dai “suoi partigiani” a portare pane, messaggi, informazioni. Aveva pedalato veloce di giorno e di notte, per fare in fretta, per arrivare nei rifugi prima che i tedeschi e le lugubri brigate nere fasciste rastrellassero le campagne. Dopo la guerra aveva scoperto così di essere stata una “staffetta”, aveva acquistato anche il tricolore che esponeva al balcone della sua casa di Busca una sola volta all’anno. Il 25 Aprile.

Poi sono venuti gli anni dei pranzi con i partigiani. Sotto diluvi d’acqua o al sole e al vento della primavera. Erano i miei eroi, li ho ascoltati raccontare le battaglie, li ho rispettati come fratelli e amati come padri. Ogni volta più anziani e più fragili.

Ora sono rimasto solo a ricordare e a condividere anche qui su fb, e con tutti quelli che lo vorranno, quella stagione epica e crudele di 70 anni fa che non fu mai guerra civile, ma lotta dei Giusti contro la ferocia tedesca e la dittatura fascista violenta e vile.

Dopo tanto tempo, se socchiudo gli occhi, sento ancora mamma che canta felice Bella Ciao, perché questo è il suo, e il nostro, Giorno della Liberazione. E non altro.

 

29 MARZO 2105 (from Facebook)

Papà se n’è andato in un giorno di primavera, come questo. Più freddo. Al suo funerale non ha voluto cerimonie religiose. Soltanto un maestro di violino. Così, io gli ho letto questo.

“Spesso quando una persona muore si dice che è stata buona, fedele, onesta. Papà è stato soprattutto un uomo di coraggio. Oggi qui non c’è un rabbino a celebrare il rito ebraico con la preghiera dei defunti.

Il rabbino non c’è perché papà è sempre stato molto chiaro: non voglio nessun uomo di religione al mio funerale, soltanto i miei figli, i nipoti e le persone che mi hanno voluto bene. Papà non credeva ad un’esistenza diversa da questa che viviamo. Ne ho parlato spesso con lui. Diceva che terra eravamo, terra siamo e terra ritorneremo ad essere. “Gio ricordati, siamo un meraviglioso prodotto della natura, non diversamente da un animale o un fiore”. (Possibilmente di montagna per lui).

La ragione di questo distacco da Dio ha radici profonde. Papà aveva smesso di credere alla fine della guerra, delle persecuzioni razziali, dei quindici martiri di famiglia uccisi ad Auschwitz, della scomparsa degli zii Giorgio e Giacomo, che erano stati come padri, consegnati alle ss in un terribile giorno dell’inverno del 1943. Aveva smesso di credere quando era tornato a casa con sua madre, dopo la fuga in Svizzera, senza una lira, senza casa e senza un lavoro. Aveva smesso di credere. Semplicemente.

Papà però non era uomo di pensieri negativi. Così, su quella terra rasa al suolo, nel vuoto e nel deserto, senza nulla a cui aggrapparsi, ha ricominciato dall’inizio. Con il lavoro e la fatica di essere rimasto solo, costruendosi un po’ alla volta il futuro che gli orrori del nazismo avevano voluto negargli.

Si è costruito la famiglia come la voleva lui, protettiva, forte e unita. Dopo gli anni dell’infamia razziale era tornato ad essere come tutti gli altri. Siamo stati felici mia sorella ed io, con lui e la mamma. Abbiamo avuto un privilegio raro, far parte della sua vita.

Papà ci ha espresso per oggi, nel momento dell’addio, un solo desiderio. Che ci fosse qui un violino che suonasse note di Mozart, il suo grande rifugio consolatorio di questi ultimi anni.

Amava anche Chopin e Brahms e la musica e tutti noi, che oggi siamo qui a salutarlo”.

29 marzo 2013

 

21 MARZO 2015 (from Facebook)

Leggo che qualche giorno fa Michael Douglas ha denunciato un’aggressione razzista nei confronti di suo figlio che portava al collo una medaglietta raffigurante la stella di David. Anch’io ne ho una. Poi ne ho un’altra che raffigura San Giorgio nell’atto di uccidere il drago. Sono il risultato biologico di due religioni. Dipende dai giorni, a volte mi sento più ebreo, altre più cattolico. Più spesso sono come diceva di essere mio padre: uno straordinario prodotto della natura. E aggiungeva il dubbio laicissimo: ma le formiche o il plancton dei mari non penseranno di esserlo loro?

Mia madre cattolica morendo aveva lasciato scritto che desiderava che facessimo un’offerta in sua memoria al convento di Busca. Così, in un giorno di primavera come questo entriamo nella sacrestia dei Capuccini. Ci aspetta il frate priore. E’ un omone, con la barba grigia folta, il saio stretto e i sandali. L’iconografia di un frate. Papà gli spiega la ragione per cui siamo lì, gli consegna una busta, lui ringrazia e ci dice che vorrebbe impartirci la benedizione di Dio. Papà è perplesso: padre non sono cattolico, sono ebreo. Il fratone lo guarda per qualche secondo e poi lo vedo spalancare le braccia con il più tenero sorriso che abbia mai visto sul volto di un uomo: ma allora tu sei il mio fratello maggiore! Che Dio ti benedica! Ci teniamo stretti al saio in tre e papà si commuove, è la prima volta che lo vedo così. Diceva sempre di avere perso le lacrime alla fine della Shoah.

La stella di David che ho al collo è il mio orgoglio, con tutti i significati che ha. Me l’ha regalata mia sorella pochi mesi prima di andarsene. L’aveva comprata in Israele.

Così è la vita, non voglio comprendere altri credi, sottomettermi a imposizioni o regalare solidarietà. Desidero morire un giorno rivedendo la faccia di quel frate e sentire mio padre che tira su con il naso.

19 MARZO 2015 (from Facebook)

L’altra volta che visto l’eclisse era il 15 febbraio del 1961. Avevo quasi 10 anni. Andavo alla elementare Carducci, il maestro Picco per una settimana ci ha torronato sul fatto che se guardavamo il sole diventavamo ciechi.

Poi un giorno il mio compagno Botta, che aveva il papà che faceva il console americano a Torino, ha portato in classe una copia di Playboy Usa con le donnine nude disegnate. L’ha trovata il maestro Picco che ci ha detto: “Se guardate queste qui diventerete ciechi”. Le tette giganti a matita piacevano anche al figlio del bidello che era in classe con me e che trascinava una gamba perché aveva preso la poliomielite. Quando il maestro ci ha minacciato di cecità lui ha detto: “Ma vacca boia, sono già storpio devo anche diventare cieco?”.

Comunque l’eclissi del ’61 non l’ho vista. Papà quel mattino gelido mi ha portato in piazza Duca D’Aosta, dove c’è il monumento al Fante: “Vedrai che spettacolo!”. Mi ha tenuto una mano sugli occhi tutto il tempo.

Domani mi doto di tutte le precauzioni, se divento cieco la Casagit non mi passa nemmeno le cure base. Vado al parco della Pellerina dove c’è un laghetto con colonie affollate di anatre. Voglio vedere che cosa succede quando arriva la notte del sole. In fondo è come vedere il mondo di un milione di anni fa.

17 MARZO 2015 (from Facebook)

Il 17 febbraio del 1964 papà mi dice: “Andiamo a comprarti il regalo”. E’ il mio compleanno, 12 anni. In piazza Statuto c’è il negozio di Emmo Ghelfi. Avrei potuto stare ore a guardare le sue vetrine e quelle meravigliose e irraggiungibili biciclette. Il marchio olimpico sul telaio, il nome Frejus disegnato sul manubrio. La bici che fu anche di Bartali. Ne compriamo una modello Sport, la lucido ogni giorno dell’anno.

Arrivano altre bici, tante. Da corsa, da città, da montagna. Lei, la mia amatissima Frejus corre più in cantine polverose che nell’aria e nel vento. Alcune le rottamo o le regalo. Lei mai. Giovedì scendo, la sradico da un ammasso di altri vecchiumi e la porto fuori. In strada. Ha perso colore, ha accumulato ruggine, è un ferrovecchio.

Nel mio quartiere del Campidoglio da una settimana ha aperto la “Ciclofficina Letteraria”. Il restauratore, meccanico, maestro di pedale e di telaio si chiama Stefano Bruccoleri. Ciclista e scrittore e poeta, per anni senza fissa dimora, ha girato il mondo sui pedali, ha annotato in versi e in prosa una vita sulla strada. Poi è arrivato qui e ha aperto una bottega di riparazioni e libri e pensatori notturni.

Quando vede la mia Frejus dice: “E’ una meraviglia, mai vista una bici così! Dammi cinque giorni e ti restituisco un gioiello”. Oggi alle 18 la cerimonia di consegna. Me la sono sognata stanotte, come 51 anni fa.

 

16 MARZO 2015 (from Facebook)

Per una stupida ragione burocratica devo rinunciare a due dei miei nomi di battesimo che ho sui documenti. Fino ad oggi mi sono chiamato Giorgio Ernesto Giovanni. Giorgio era lo zio ucciso ad Auschwitz, Ernesto il padre di mio padre e Giovanni quello di mia madre. Sulla mia carta d’identità scompariranno due di questi nomi.

Ernesto Levi era un ebreo di Casale. Un tipo così squattrinato e così male in arnese che non riusciva nemmeno a sposarsi. Ci pensò il rabbino a trovargli una moglie. Lina, una ragazzina carina di Acqui, di buona famiglia, che sapeva il francese e suonava il pianoforte. Lei non voleva saperne di quest’uomo già un po’ anzianotto, senza fascino e senza un quattrino.

Lui invece era follemente innamorato. Una sera per convincerla ingaggiò un’orchestrina e il quintetto si piazzò sotto casa della promessa sposa e suonò arie di Mozart per un paio d’ore. Affittò un appartamento sproporzionato per loro due, la casa di un nobile di Torino rimasto al verde. Ernesto ballava divininamente, corteggiò Lina fino a quando lei non cedette.

Ernesto giocava in Borsa quel poco che aveva. Il 23 ottobre del 1929 affidò l’intero suo patrimonio ad un agente perché lo investisse al New York Stock Exchange. Era la vigilia del crollo di Wall Street. Ventiquattro ore dopo Ernesto era povero in canna. Il nonno morì in pochi anni, prima delle persecuzioni razziali, lasciando una cartella, quattro fogli e le ricevute di quel 23 ottobre del ’29.

Ero contento di avere il suo nome sulla mia carta d’identità.

 

13 MARZO 2015 (from Facebook)

Ad un paio di isolati di distanza da casa mia ieri incontro una persona che è tra le mie “amicizie” di fb. Mai vista prima, mai incontrata, mai ascoltato la sua voce. Ci riconosciamo nel mondo virtuale. Lei è identica alle foto che ci sono nella sua gallery, io “perché stai fumando il toscano”. Un po’ sorpresi certo, ma non troppo. In fondo ci “conosciamo dal 2011”.

Lei mi chiede del mio lavoro, io di suo papà, parliamo della juve che abbiamo in comune, di altri “amici”, dei mille interessi che s’intrecciano in questi post e che sono entrati nelle nostre teste e messo insieme la memoria. Per un caso qualsiasi, in un città di un milione di abitanti, tra quasi duemila contatti, due persone s’infilano nella fessura spazio-tempo virtuale e diventano improvvisamente reali. E si fanno domande sensate, non vaghe, sappiamo anche che cosa abbiamo fatto ieri o il mese scorso.

Ci salutiamo senza chiederci dove abitiamo e senza scambiarci numeri di telefono, nulla che non sia scritto su fb perché in fondo il caso non può cambiare la storia. Rientriamo nella porta spazio-tempo virtuale e torniamo ai nostri due mondi.

 

9 MARZO 2015 (from Facebook)

Alle 18 mi whatssappa mia nipote (14 anni) e mi dice: “Devo scrivere un racconto per domani, tre cartelle, lo faresti tu zio che io non ho fantasia? C’è un incipit già fatto, poi ci vuole un flashback e un monologo”.

Alle 19 mi ri-whatsappa: “Hai mica già mandato la mail?” Un racconto bambina, possono volerci tre mesi.

Alle 19,30 parte la mail. Alle 20 la risposta: “Grazie zietto”. Fine, non una parola di più. Un racconto in 70 minuti. Domani scuola.

Aggiornamento. Alle 21 messaggia: è bellissimo. Potrei farne uno al giorno.

 

16 MARZO 2015 (from Facebook)

Per una stupida ragione burocratica devo rinunciare a due dei miei nomi di battesimo che ho sui documenti. Fino ad oggi mi sono chiamato Giorgio Ernesto Giovanni. Giorgio era lo zio ucciso ad Auschwitz, Ernesto il padre di mio padre e Giovanni quello di mia madre. Sulla mia carta d’identità scompariranno due di questi nomi.

Ernesto Levi era un ebreo di Casale. Un tipo così squattrinato e così male in arnese che non riusciva nemmeno a sposarsi. Ci pensò il rabbino a trovargli una moglie. Lina, una ragazzina carina di Acqui, di buona famiglia, che sapeva il francese e suonava il pianoforte. Lei non voleva saperne di quest’uomo già un po’ anzianotto, senza fascino e senza un quattrino.

Lui invece era follemente innamorato. Una sera per convincerla ingaggiò un’orchestrina e il quintetto si piazzò sotto casa della promessa sposa e suonò arie di Mozart per un paio d’ore. Affittò un appartamento sproporzionato per loro due, la casa di un nobile di Torino rimasto al verde. Ernesto ballava divininamente, corteggiò Lina fino a quando lei non cedette.

Ernesto giocava in Borsa quel poco che aveva. Il 23 ottobre del 1929 affidò l’intero suo patrimonio ad un agente perché lo investisse al New York Stock Exchange. Era la vigilia del crollo di Wall Street. Ventiquattro ore dopo Ernesto era povero in canna. Il nonno morì in pochi anni, prima delle persecuzioni razziali, lasciando una cartella, quattro fogli e le ricevute di quel 23 ottobre del ’29.

Ero contento di avere il suo nome sulla mia carta d’identità.

 

17 MARZO 2015 (from Facebook)

Il 17 febbraio del 1964 papà mi dice: “Andiamo a comprarti il regalo”. E’ il mio compleanno, 12 anni. In piazza Statuto c’è il negozio di Emmo Ghelfi. Avrei potuto stare ore a guardare le sue vetrine e quelle meravigliose e irraggiungibili biciclette. Il marchio olimpico sul telaio, il nome Frejus disegnato sul manubrio. La bici che fu anche di Bartali. Ne compriamo una modello Sport, la lucido ogni giorno dell’anno.

Arrivano altre bici, tante. Da corsa, da città, da montagna. Lei, la mia amatissima Frejus corre più in cantine polverose che nell’aria e nel vento. Alcune le rottamo o le regalo. Lei mai. Giovedì scendo, la sradico da un ammasso di altri vecchiumi e la porto fuori. In strada. Ha perso colore, ha accumulato ruggine, è un ferrovecchio.

Nel mio quartiere del Campidoglio da una settimana ha aperto la “Ciclofficina Letteraria”. Il restauratore, meccanico, maestro di pedale e di telaio si chiama Stefano Bruccoleri. Ciclista e scrittore e poeta, per anni senza fissa dimora, ha girato il mondo sui pedali, ha annotato in versi e in prosa una vita sulla strada. Poi è arrivato qui e ha aperto una bottega di riparazioni e libri e pensatori notturni.

Quando vede la mia Frejus dice: “E’ una meraviglia, mai vista una bici così! Dammi cinque giorni e ti restituisco un gioiello”. Oggi alle 18 la cerimonia di consegna. Me la sono sognata stanotte, come 51 anni fa.

 

19 MARZO 2015 (from Facebook)

L’altra volta che visto l’eclisse era il 15 febbraio del 1961. Avevo quasi 10 anni. Andavo alla elementare Carducci, il maestro Picco per una settimana ci ha torronato sul fatto che se guardavamo il sole diventavamo ciechi.

Poi un giorno il mio compagno Botta, che aveva il papà che faceva il console americano a Torino, ha portato in classe una copia di Playboy Usa con le donnine nude disegnate. L’ha trovata il maestro Picco che ci ha detto: “Se guardate queste qui diventerete ciechi”. Le tette giganti a matita piacevano anche al figlio del bidello che era in classe con me e che trascinava una gamba perché aveva preso la poliomielite. Quando il maestro ci ha minacciato di cecità lui ha detto: “Ma vacca boia, sono già storpio devo anche diventare cieco?”.

Comunque l’eclisse del ’61 non l’ho vista. Papà quel mattino gelido mi ha portato in piazza Duca D’Aosta, dove c’è il monumento al Fante: “Vedrai che spettacolo!”. Mi ha tenuto una mano sugli occhi tutto il tempo.

Domani mi doto di tutte le precauzioni, se divento cieco la Casagit non mi passa nemmeno le cure base. Vado al parco della Pellerina dove c’è un laghetto con colonie affollate di anatre. Voglio vedere che cosa succede quando arriva la notte del sole. In fondo è come vedere il mondo di un milione di anni fa.

21 MARZO 2015 (from Facebook)

 
Leggo che qualche giorno fa Michael Douglas ha denunciato un’aggressione razzista nei confronti di suo figlio che portava al collo una medaglietta raffigurante la stella di David. Anch’io ne ho una. Poi ne ho un’altra che raffigura San Giorgio nell’atto di uccidere il drago. Sono il risultato biologico di due religioni. Dipende dai giorni, a volte mi sento più ebreo, altre più cattolico. Più spesso sono come diceva di essere mio padre: uno straordinario prodotto della natura. E aggiungeva il dubbio laicissimo: ma le formiche o il plancton dei mari non penseranno di esserlo loro?

Mia madre cattolica morendo aveva lasciato scritto che desiderava che facessimo un’offerta in sua memoria al convento di Busca. Così, in un giorno di primavera come questo entriamo nella sacrestia dei Capuccini. Ci aspetta il frate priore. E’ un omone, con la barba grigia folta, il saio stretto e i sandali. L’iconografia di un frate. Papà gli spiega la ragione per cui siamo lì, gli consegna una busta, lui ringrazia e ci dice che vorrebbe impartirci la benedizione di Dio. Papà è perplesso: padre non sono cattolico, sono ebreo. Il fratone lo guarda per qualche secondo e poi lo vedo spalancare le braccia con il più tenero sorriso che abbia mai visto sul volto di un uomo: ma allora tu sei il mio fratello maggiore! Che Dio ti benedica! Ci teniamo stretti al saio in tre e papà si commuove, è la prima volta che lo vedo così. Diceva sempre di avere perso le lacrime alla fine della Shoah.

La stella di David che ho al collo è il mio orgoglio, con tutti i significati che ha. Me l’ha regalata di mia sorella pochi mesi prima di andarsene. L’aveva comprata in Israele.

Così è la vita, non voglio comprendere altri credi, sottomettermi a imposizioni o regalare solidarietà. Desidero morire un giorno rivedendo la faccia di quel frate e sentire mio padre che tira su con il naso.

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3 Risposte

  1. I suoi ricordi mi fanno sempre una calda e tenera compagnia, come le caldarroste appena ritirate dal fuoco nelle fredde domeniche autunnali. Grazie per tutto quello che scrive.

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    1. Grazie Stancy, sei molto gentile, seguirò volentieri gli scritti sul tuo blog, amo molto quella Francia dove tu abiti.

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      1. Non sa quanta gioia mi regala! Grazie!

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