Archivi Mensili: dicembre 2014

L’allegro Capodanno del ’61

img046 copia

Mamma negli anni Sessanta al Sestriere

Quando eravamo bambini la sera dell’ultimo dell’anno si andava a festeggiare dalla psicologa, amica di mamma. Quella che mi sottoponeva ai test e che aveva detto di me: “E’ un bambino tanto bello quanto buono, ma non è intelligente”. La stessa che aveva la figlia più grande che assomigliava in modo imbarazzante a Francosie Hardy e le altre due bruttine ma con un cervello di molto superiore alla media. Certamente al mio.

Il pomeriggio del 31 dicembre del 1961 mamma mi dice: “Stasera potreste fare tu e le ragazze una recita d’intrattenimento. Perché non scrivi una specie di commedia?”. Mi metto lì con la penna e scrivo la mia prima e ultima commedia (fatta eccezione per “Melania che lagna”, due atti per sole marionette, che scrissi per Ottavia e Giorgio quando erano bambini). E’ una sorta di monologo che intitolo “Il povero vecchio”. A nove anni, la dice lunga.

Il cartellone della serata era questo: alle 21 lo speciale Walt Disney in tv che trasmetteva Rai 2, canale che noi non avevamo. Loro sì, perché l’alto funzionario democristiano marito della psicologa si era fatto installare un’antenna speciale che nessuno aveva ancora. Alle 23 un’ora di spettacolo casalingo. La figlia fascinosa balla il Dadaumpa. Per me avrebbe potuto andare avanti anche fino a mezzanotte. L’altra suona la chitarra e canta “Tous les garcon et le filles”, la terza recita qualche poesia di Ungaretti. Mia sorella Betti era esentata da tutto, a 5 anni faceva il pubblico.

Alle 23,30 tocca a me. Compaio da dietro una tenda con una specie di parrucca bianca, una vestaglia che mi andava sotto i piedi e un bastone. Ingobbito e con la voce tremula insceno il mio monologo. La cui trama era semplice: un vecchio rimasto solo la sera di capodanno si uccide gettandosi dalla finestra della casa di riposo. Divertente.

Quando chiudo e m’inchino al pubblico cala un gelo che nessun Dadaumpa al mondo avrebbe potuto sciogliere. Mamma e papà provano a dire “che bravo”, la psicologa vede crollare tutti i suoi test sui miei neuroni, le ragazze stanno mute come se il mondo stesse per finire a mezzanotte. Il democristiano stappa una delle sue duemila bottiglie di champagne arrivate negli ultimi tre giorni da amici degli amici degli amici.

Ma c’è un dettaglio che non potrò mai dimenticare. Betti che nel silenzio generale ride come se raccontassi una barzelletta, dalla prima all’ultima battuta del monologo. Alla fine mi salta al collo, mi bacia e mi dice: “Ma dove hai trovato sta vestaglia? Sembri il Mago Zurlì!”.

Ho replicato il 31 dicembre del 1962 “Il povero vecchio”, ultima recita per sempre. Poi abbiamo smesso con i capodanni dalla psicologa. E tutti i test sono stati cancellati.

Quanto ci piaceva l’albero di Natale del capitano

Un negozio di giocattoli allestito per Natale, a Torino, nel dicembre del 1950. (©Publifoto/Lapresse)

L’8 dicembre sapevamo già tutto. La mattina presto avremmo sentito suonare il campanello. Mamma avrebbe chiesto: “Chi è?”. E dal citofono si sarebbe sentito: “Siora! Sono l’attendente del capitano B. Gho portà il pino!”

Era il “baldo veneto”, come lo chiamava mamma. L’attendente nella sua stiratissima divisa da alpino saliva le scale fino al primo piano della nostra casa di piazza Risorgimento, portandosi sulla schiena la gigantesca punta di un pino di montagna. Era il regalo del capitano B, compagno di scuola di papà.

Mamma aveva già pronto un vaso con la terra e l’attendente, con le guance rosse e le mani screpolate, c’infilava dentro il pino di due metri. Nell’attimo in cui lo interrava, alzandolo prima fino al soffitto, sembrava il marine americano che pianta la bandiera a stelle e striscie sul Suribachi a Iwo Jima. Proprio come nella foto di Joe Rosenthal, diceva papà.

lettera

Natale 1962, la letterina di Betti

Il più del Natale era fatto. La punta sontuosa e ricca di rami e di  aghi arrivava da Sauze, promufava di legno buono e di umido e di resina che colava direttamente sul parquet. Mamma correva con gli stracci, la Pierina che era veneta del Polesine si beveva con lo sguardo l’attendente, Betti ed io ci davamo da fare a rovesciare la scatola delle palline, dei babbi natale, delle candele con la pinza, dei festoni d’oro e d’argento. Eravamo felici di quella magia alpina, beati e immersi nel profumo di montagna.

In fin dei conti per noi quello che era davvero importante è che in quell’angolo di casa ci fosse tutto il necessario per Babbo Natale, che si sarebbe bevuto il suo bicchiere di latte e grato di una così famigliare accoglienza ci avrebbe lasciato, proprio lì, il prezioso carico del suo sacco. Per anni ci siamo anche chiesti perché il bicchiere la mattina fosse sempre a metà e non vuoto. Ecco, era davvero Natale. O meglio lo sarebbe stato ufficialmente non appena papà avesse messo sul piatto del giradischi il suo amatissimo Frank Sinatra, il 45 giri di Merry Christmas. Da allora non ho mai più visto un ebreo festeggiare la nascita del profeta detto Gesù con tanto trasporto. Eccetto lui, che non ha mai smesso di ascoltare il vecchio Frank ogni sera del 24 dicembre fino a 90 anni e di tenerci abbracciati stretti.