Più poveri di così

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Questa è una foto del 1961, terza elementare Giosuè Carducci. Io sono il terzo da destra, tra quelli seduti. Eravamo in trentasei in classe. Una scuola di confine, tra lo splendore dei palazzi nobiliari dei corsi Re Umberto,  Vittorio Emanuele e  Matteotti e le case popolari dell’Ottocento del centro storico, quelle dei primi immigrati dal Sud e dal Veneto.

La scuola Carducci raccoglieva tutti, studenti che arrivavano al mattino accompagnati sulla berlina guidata dall’autista e bambini con le pezze rattoppate sul sedere, magri e affamati e con i geloni alle mani. Come il veneto Pasters che a casa aveva solo una stufa e suo papà lo portava a scuola a dicembre seduto su un sellino della bici, prima di andare in fabbrica.

Quello in ultima fila, alto come una stanga, si chiamava Manca Mura, forse arrivava dalla Sardegna. Era il primatista dei ripetenti. Aveva rifatto due volte la prima, due volte la seconda, due volte la terza. Aveva i baffi e un accenno di barba.

Manca Mura non parlava, non comunicava, stava muto per giorni.  Era così povero che i suoi genitori non avevano i soldi per comprargli un paio di pantaloni lunghi. Così, se ne veniva in classe anche d’inverno con delle braghette corte di tela.

Una volta d’estate ho visto Manca Mura alla colonia estiva del partito Comunista in Val d’Ayas. Aveva i suoi calzoncini azzurri stinti, i baffi più folti e giocava a pallacanestro con dei bambini che sembravano i nanetti di Biancaneve in confronto a lui. Ci siamo guardati, ma non ci siamo salutati. L’anno dopo in classe non c’era più.

Baciarsi sulla bocca

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Secondo uno studio americano pare che non sia opportuno che i genitori bacino sulla bocca i figli. Per quanto ne so, mia mamma non mi hai mai baciato sulla bocca. E nemmeno papà, non gli sarebbe passato per la testa e l’avrebbe in ogni caso trovato “abbastanza” sconveniente.

Nostra nonna ci baciava sulle guance lasciando una striscia di saliva, perciò per me e mia sorella era una gara a non baciare la nonna.

Sui baci non ho saputo altro per molto tempo. In IV ginnasio al liceo D’Azeglio (mia fugace apparizione nella élite culturale di Torino, poi a forza di tre in greco ho scelto un palcoscenico scolatico più abbordabile) un tipo (certo Vitolo), che vantava tre bocciature nel suo palmares, mi ha preso da parte nell’intervallo e mi ha chiesto: “Hai i peli sul pube, Levi? Se non li hai non hai mai baciato alla francese”.

Ora, io portavo ancora i calzoni all’inglese, non conoscevo nessun francese, non avevo la più pallida idea di come costoro si baciassero tra loro. A casa in bagno ho verificato il pube. Forse Vitolo, che aveva già un accenno di barba, aveva ragione.

Così, non mi sono più fatto domande. In un’epoca in cui la rete era solo quella della pallavolo, la condivisione dei pensieri era sconosciuta e gli amici erano quelli come Vitolo non era facile districarsi. L’Enciclopedia dei Ragazzi di Mondadori non diceva niente su sta’ faccenda dei baci dei francesi. Avevo capito solo che gli eschimesi si strofinano il naso e questo equivaleva al loro bacio. Un po’ poco.

Mi sono dato da fare. Ho trovato ben nascosto in libreria La Romana, il capolavoro di Moravia. E lì ho capito. Era la teoria, per la pratica dovevo aspettare, come il sapiente Vitolo aveva pronosticato.

Auguri

io e betti

I compleanni a casa sono sempre stati una festa grande. Mamma ne aveva una concezione hollywoodiana. Una volta avevamo mandato, firmato da me e mia sorella, gli auguri anche alla regina Elisabetta, che dato che è una persona educata ci aveva persino risposto. Su un cartoncino di carta raffinatissima con il logo di Buckingham Palace stampigliato in alto.

La festa cominciava la sera prima con lo spacchettamento dei regali, che erano sempre in adeguato numero. Il 27 novembre per Betti, il 16 febbraio per me, il 17 dicembre per papà e il 30 aprile per mamma. Un giorno prima e di sera perché si potesse godere l’anniversario stando tutti insieme. E spesso discutendo sulla taglia di un pullover che era o troppo piccolo o troppo grande.

Oggi sarebbe stato il compleanno della mia sorellina. Ieri sera avevo un buon numero di pacchi ideali per quelli che sarebbero stati i suoi 60 anni. Li apririremo oggi. Ciao Bettì.

 

L’allegro Capodanno del ’61

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mamma negli anni Sessanta al Sestriere

Quando eravamo bambini la sera dell’ultimo dell’anno si andava a festeggiare dalla psicologa, amica di mamma. Quella che mi sottoponeva ai test e che aveva detto di me: “E’ un bambino tanto bello quanto buono, ma non è intelligente”. La stessa che aveva la figlia più grande che assomigliava in modo imbarazzante a Francosie Hardy e le altre due bruttine ma con un cervello di molto superiore alla media. Certamente al mio.

Il pomeriggio del 31 dicembre del 1961 mamma mi dice: “Stasera potreste fare tu e le ragazze una recita d’intrattenimento. Perché non scrivi una specie di commedia?”. Mi metto lì con la penna e scrivo la mia prima e ultima commedia (fatta eccezione per “Melania che lagna”, due atti per sole marionette, che scrissi per Ottavia e Giorgio quando erano bambini). E’ una sorta di monologo che intitolo “Il povero vecchio”. A nove anni, la dice lunga.

Il cartellone della serata era questo: alle 21 lo speciale Walt Disney in tv che trasmetteva Rai 2, canale che noi non avevamo. Loro sì, perché l’alto funzionario democristiano marito della psicologa si era fatto installare un’antenna speciale che nessuno aveva ancora. Alle 23 un’ora di spettacolo casalingo. La figlia fascinosa balla il Dadaumpa. Per me avrebbe potuto andare avanti anche fino a mezzanotte. L’altra suona la chitarra e canta “Tous les garcon et le filles”, la terza recita qualche poesia di Ungaretti. Mia sorella Betti era esentata da tutto, a 5 anni faceva il pubblico.

Alle 23,30 tocca a me. Compaio da dietro una tenda con una specie di parrucca bianca, una vestaglia che mi andava sotto i piedi e un bastone. Ingobbito e con la voce tremula insceno il mio monologo. La cui trama era semplice: un vecchio rimasto solo la sera di capodanno si uccide gettandosi dalla finestra della casa di riposo. Divertente.

Quando chiudo e m’inchino al pubblico cala un gelo che nessun Dadaumpa al mondo avrebbe potuto sciogliere. Mamma e papà provano a dire “che bravo”, la psicologa vede crollare tutti i suoi test sui miei neuroni, le ragazze stanno mute come se il mondo stesse per finire a mezzanotte. Il democristiano stappa una delle sue duemila bottiglie di champagne arrivate negli ultimi tre giorni da amici degli amici degli amici.

Ma c’è un dettaglio che non potrò mai dimenticare. Betti che nel silenzio generale ride come se raccontassi una barzelletta, dalla prima all’ultima battuta del monologo. Alla fine mi salta al collo, mi bacia e mi dice: “Ma dove hai trovato sta vestaglia? Sembri il Mago Zurlì!”.

Ho replicato il 31 dicembre del 1962 “Il povero vecchio”. Poi abbiamo smesso con i capodanni dalla psicologa. E tutti i test sono stati cancellati.

Quanto ci piaceva l’albero di Natale del capitano

Un negozio di giocattoli allestito per Natale, a Torino, nel dicembre del 1950.  (©Publifoto/Lapresse)

L’8 dicembre sapevamo già tutto. La mattina presto avremmo sentito suonare il campanello. Mamma avrebbe chiesto: “Chi è?”. E dal citofono si sarebbe sentito: “Siora! Sono l’attendente del capitano B. Gho portà il pino!”

Era il “baldo veneto”, come lo chiamava mamma. L’attendente nella sua stiratissima divisa da alpino saliva le scale fino al primo piano della nostra casa di piazza Risorgimento, portandosi sulla schiena la gigantesca punta di un pino di montagna. Era il regalo del capitano B, compagno di scuola di papà.

Mamma aveva già pronto un vaso con la terra e l’attendente, con le guance rosse e le mani screpolate, c’infilava dentro il pino di due metri. Nell’attimo in cui lo interrava, alzandolo prima fino al soffitto, sembrava il marine americano che pianta la bandiera a stelle e striscie sul Suribachi a Iwo Jima. Proprio come nella foto di Joe Rosenthal, diceva papà.

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Natale 1962, la letterina di Betti

Il più del Natale era fatto. La punta sontuosa e ricca di rami e di  aghi arrivava da Sauze, promufava di legno buono e di umido e di resina che colava direttamente sul parquet. Mamma correva con gli stracci, la Pierina che era veneta del Polesine si beveva con lo sguardo l’attendente, Betti ed io ci davamo da fare a rovesciare la scatola delle palline, dei babbi natale, delle candele con la pinza, dei festoni d’oro e d’argento. Eravamo felici di quella magia alpina, beati e immersi nel profumo di montagna.

In fin dei conti per noi quello che era davvero importante è che in quell’angolo di casa ci fosse tutto il necessario per Babbo Natale, che si sarebbe bevuto il suo bicchiere di latte e grato di una così famigliare accoglienza ci avrebbe lasciato, proprio lì, il prezioso carico del suo sacco. Per anni ci siamo anche chiesti perché il bicchiere la mattina fosse sempre a metà e non vuoto. Ecco, era davvero Natale. O meglio lo sarebbe stato ufficialmente non appena papà avesse messo sul piatto del giradischi il suo amatissimo Frank Sinatra, il 45 giri di White Christmas. Da allora non ho mai più visto un ebreo festeggiare la nascita del profeta detto Gesù con tanto trasporto. Eccetto lui, che non ha mai smesso di ascoltare il vecchio Frank ogni sera del 24 dicembre fino a 90 anni e di tenerci abbracciati stretti, come ha fatto per cinquant’anni.

Quella notte di neve del 1955

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con Bettie ad aprile 2014 al piazzale della Madonna del Campanile di Busca.

Il primo ricordo che ho di mia sorella Elisabetta porta la data del 28 novembre del 1955, il giorno della sua nascita. Anzi, del 27, quando al pomeriggio mamma mi dice: “Questa sera dormi dai nonni, io vado a prendere una sorellina o un fratellino, adesso vediamo”. Ho quattro anni e non capisco bene dove mamma va a prendere questa sorella o questo fratello. E perché poi, in fin dei conti mi sembrava che stessimo bene anche così. Noi due con papà. E c’è anche il fatto che non so dove si vanno a prendere i bambini.

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con Bettie nella casa di piazza Risorgimento

Mamma mi veste di corsa, prepara una borsa e papà mi porta dai nonni. Sono i genitori di mamma, fanno i custodi in un palazzo nel centro di Torino. Il nonno era un operaio socialista e antifascista militante, che aveva perso il lavoro all’Aeronautica perché non si era iscritto al partito di Mussolini. Finisce anche un paio di giorni in prigione, la volta che il duce va in visita alla Fiat. Con una figlia da crescere, senza alcuna azienda che lo assumesse, privi dei benefici che il partito elargiva, l’unica sistemazione che lui e nonna trovano, alla vigilia della guerra, è una guardiola di portineria in un palazzo nobiliare del centro storico. Abiteranno lì fino alla laurea di mamma, al suo matrimonio e per qualche anno ancora.

La sera del 27 novembre del ’55 arrivo con la mia borsa. Dentro ci sono un asciugamano con Paperino ricamato, l’acqua di colonia, un sapone, il pigiama di flanella, un ricambio di biancheria, maglia, calzoni, scarpe con la para di gomma. Il cielo è grigio e pesante, l’aria che si respira per le strade è quella di Torino alla vigilia di una nevicata. La portineria è ben calda, il nonno è andato in cantina a spingere al massimo le caldaie, perchè i signori Mottura del terzo piano si sono lamentati che fa freddo.

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Bettie infagottata come una bambola

Mi hanno sistemato un letto nella loro camera, sotto ad una finestra. Mi si chiudono gli occhi, filtra dagli scuri la luce dei lampioni, sento la gente che cammina veloce nel freddo della notte. Il mattino è silenzioso, me ne sto rincatucciato nel tepore delle coperte e vedo la luce del giorno chiara e abbagliante. E’ nevicato per ore, c’è una coltre di mezzo metro, il nonno è fuori dalle cinque che spala il marciapiede. La nonna sorride, mi solleva dal letto: “E’ nata la tua sorellina, si chiama Elisabetta!”. E mi bacia, mi bacia, mi bacia sulle guance. Vicino al termosifone della guardiola ha sistemato una bacinella di zinco grande come una vasca da bagno. Ci versa brocche di acqua bollente, m’immergo in quella nuvola di vapore. Mi lava e mi strofina, mi avvolge in un accapatoio bianco enorme passandomi l’acqua di colonia sui capelli.

Papà bussa ai vetri della guardiola a metà mattina e io sono già tutto pronto. Indosso il paltò azzurro che mi ha fatto la sarta Rampino e un berretto con il paraorecchie. Filiamo con la 500 Giardiniera verso il Maria Vittoria tra muri di neve, rumori soffusi, voci ovattate. Quando entriamo nel cortile dell’ospedale papà mi tiene per mano in una stretta calda. E’ felice, lo vedo da come cammina svelto quasi correndo, magro e con il cappotto che gli arriva sotto il ginocchio. E’ un ragazzo di 34 anni e in questa mattina di freddo e di ghiaccio è padre di due figli.

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Bettie nella culla di vimini che prima era stata la mia

Nel lungo corridoio della maternità le infermiere spingono carrelli pieni di neonati, davanti alla stanza della mamma ce ne mostrano uno dove ci sono setto o otto bambini. Papà chiede “Qual è mia figlia?”. Indico il primo bebè in alto, l’infermiera sorride e mi sposta il dito su quella al centro: “No, lei è Elisabetta”. Ha macchie rosse sulla fronte, non piange, gli occhi sono spalancati. Mica pensavo che i neonati fossero così piccoli, ho  quattro anni e prendo la sua mano nella mia, che sembra enorme. Mamma un po’ è commossa, poi mi sorride. Me ne sto lì beato, ora siamo in quattro e sento il profumo del borotalco. Mi guardo intorno nella stanza, ci sono altre famiglie, altre donne, altri papà, è proprio una giornata speciale, e so perfino dove si vanno a prendere i bambini.

Ecco, è così che è andata quel 28 novembre del ’55 e questo è ancora, dopo 59 anni, il ricordo più lontano, nitido e preciso, che ho nel tempo.

(Le foto sono di papà, che già negli anni Cinquanta girava sempre con la macchina appesa al collo e mi ha lasciato un archivio con centinaia di stampe e altrettante diapositive. A quel tempo aveva una Kodak Retina III C, conservata integra e funzionante ancora adesso dopo 60 anni).

macchina fotografica

la macchina fotografica di papà

Colo a picco sul greco

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Con Bettie e papà in Val d’Aosta

Mamma voleva che a tutti i costi facessi il liceo classico. E non uno qualunque, il  D’Azeglio. Quello di Primo Levi, Einaudi, Bobbio, Pavese, Pivano, Agnelli, Pajetta, Firpo e una miriade di altri capoccioni passati per quei banchi. Quando finisco le medie mi ritrovo in via Parini e non so nemmeno bene perché. Gli inizi sono disastrosi, la fine sarà ingloriosa.

Vado ancora a scuola con i pantaloni corti, quelli che si dicevano “all’inglese” con i due bottoni all’altezza del ginocchio, dove arrivano i calzettoni lunghi che mamma acquistava in un negozio che li importava direttamente dall’Inghilterra. I miei compagni sono la più boriosa e strafottente compagnia che mi sia mai capitato d’incontrare. Frequentare il D’Azeglio li gonfiava come tacchini pronti per il pranzo di Natale. Il primo giorno sento l’emozione dell’esordio, varcare quella soglia leggendaria mi mettene inquietudine. Nell’ultimo banco in fondo c’è un tizio che ha già un’ombra di baffi, appoggia il suo corpaccione al muro e si vanta di ripetere la quarta ginnasio per la terza volta. Ha il vocione da baritono e prende di mira i piccoletti appena arrivati. Io con quei calzoni all’inglese sembro il bersaglio perfetto. Nell’intervallo mi ferma sulla porta e mi apostrofa: “Ehi tu! Li hai già i peli sul pube?”. A sentirla oggi sembrerebbe perfino una domanda educata. Chi direbbe pube? Ma siamo nel 1965, e soprattutto io non ho i peli sul pube.  Gli rispondo: “Sì, certo! Cosa credi?”. Qualche giorno dopo prendo La Romana di Moravia, che stava nelle file nascoste della libreria di casa, e capisco. Eccome se capisco.

I professori sono più iene che lupi mannari, il ’68 è ancora lontano e in classe tira aria da galera. Colleziono una sfilza di tre, in tutto. Raggiungo il 6 in italiano, unica sufficienza nei primi tre mesi. Il greco è la punta di diamante della débacle. Quando la professoressa legge i voti dei compiti comincia dai più bassi. “Levi, 3” “Levi, dal 3 al 4”. “Levi, 3+”. Da quel pantano non esco, a casa pazientano, in fondo 3+ è una speranza. Mamma dice che all’inizio è sempre così: “Figlio mio, vai al D’Azeglio, mica in quelle scuole private! Chissà che voti aveva Pavese?”. Almeno 6 in italiano, penso.

La sconfitta finale arriva quando mi appioppano un umiliante “3 – – -“. Quasi 2, e non quasi 4, come speravo. Decido che è il momento di non tornare più a casa. Voglio scappare. Ma ho bisogno di trovare una complice. Chi meglio della mia sorellina? L’aspetto all’uscita da scuola:

“Betti, io non torno a casa”.

“E perché?”.

“Ho preso 3 – – -“.

“Proprio poco”.

“Scappo”.

“E dove vai? Oggi mamma ha fatto i crauti”.

“Dove vado lo so io, tu devi dire quando entri in casa che Giorgio non torna più. Fine”.

“Va bene, ma scappa un pezzo con me”.

La prendo per mano e andiamo verso casa. Nel viale che fiancheggia la nostra via, a due portoni dall’ingresso, Betti mi dice: “Ecco scappa qui, stai nascosto dietro questa pianta, così siamo vicini”.

Me ne sto lì un paio d’ore, alle due vedo papà uscire per tornare in ufficio, alle tre ho un discreto appetito.  E’ la resa. Suono il campanello e salgo. Mamma è in cucina: “Dai, sbrigati che sti crauti sono stracotti”. Mi aspettavo la tempesta, c’è la quiete dei giorni più placidi. “Mamma, ho preso 3 – – -“. “Lo so, me lo ha detto tua sorella. Sei un asino, ma non posso tenerti lì a marcire su quei banchi”.

Un mese dopo firmerà le pratiche per farmi uscire dal D’Azeglio. Rassegnata a non vedermi nella hall of fame con Pavese, Einaudi e Bobbio. Scoprirò che Betti non aveva detto che ero scappato. In fondo sapeva che a quei crauti non avrei rinunciato.

E venne il tempo degli Agnelli in corso Peschiera

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Scuola elementare Giosuè Carducci, in acqua la seconda a destra è Margherita Agnelli, la prima a sinistra è Betti.

Sul mio blog il Times avevo raccontato, riprendendo un mio pezzo uscito a suo tempo sul settimanale Epoca, dell’infanzia mia ed di Elisabetta e della nostra amicizia con i compagni di scuola Edoardo e Margherita Agnelli, i due figli dell’Avvocato e di Marella Caracciolo. Le feste a casa loro il sabato, i regali, il lusso, i maggiordomi, i bagni che a me sembravano d’oro.

Quello che non ho detto lì era che il rapporto tra mia sorella e Margherita è stato intenso, anche negli anni successivi,  quando la figlia dell’Avvocato si era trasferita all’estero, prima di sposare Alain Elkann e diventare madre di Lapo e John, l’attuale presidente di Fiat Chrysler. Bettie e Margherita si scrivevano e quando lei venne a Torino ad inaugurare una mostra di suoi dipinti si rividero ancora.

Gli Agnelli che, che a Torino erano una autentica dinastia reale, erano molto fuori dagli schemi tradizionali della borghesia cittadina. A scuola (pubblica) andavano spesso a piedi con una governante svizzera, che pur parlando solo in tedesco a me sembrava molto più affettuosa della loro vera madre. Un sabato a casa degli Agnelli in corso Matteotti e un sabato Margherita andava a trovare le compagne di scuola a cui si era più legata.

Venne così il giorno in cui Bettie si sentì in dovere di restituire le feste di corso Matteotti con i maggiordomi e i candelabri invitando Margherita a casa nostra. Che dovesse essere un pomeriggio, come dire speciale, l’avevo capito già dai giorni precedenti. Mamma mi aveva prenotato tre ore di lezione di scherma, oltre a quelle che già avevo, e che erano francamente una esagerazione. “Dunque, Giorgio mio domani te ne stai fuori”. Quello che so deriva dal racconto di mamma, da lei stessa narrato la sera a cena. Dico ciò perché poi nel tempo questo racconto si è ingigantito di dettagli che facevano apparire l’ingresso di casa nostra come il red carpet di Cannes. La versione originale però aveva il dono della freschezza e dunque è rimasta la più attendibile nella storia.

Va detto che il nostro alloggio di corso Peschiera (a quel tempo un condominio appena costruito) misurava all’incirca 120 metri quadri.  A occhio la camera dei giochi degli Agnelli (solo la camera dei giochi, non tutto il resto del loro appartamento di bambini in un edificio di cinque piani, compreso quello per la servitù ed esclusa la sala cinematrografica un piano sotto terra) era abbondantemente più vasta dei nostri 120 metri quadri.

Nel primo pomeriggio Margherita arriva sotto casa con l’autista. Una Fiat 2100 Familiare, una specie di station wagon con la retina per i cani, che lei adorava e non abbandonava mai. Fortuna che l’abbiante muta resta in auto. La nostra via era una derivazione di corso Peschiera, si chiamava “via privata” e benché facesse pensare ad un lusso come quelle di collina, era così perché non era ancora asfaltata e confinava con un paio di cascine che il piano regolatore non aveva ancora spazzato con i bulldozer.

Dal racconto di quella sera Margherita è stata una esplosione di felicità, corre in lungo e in largo per la casa, Bettie cerca di tenerla nella sua stanza, la fa giocare con le bambole (lei aveva già quelle parlanti che arrivavano dagli Usa), e lei butta tutto all’aria. Entra ed esce dalle camere, apre i cassetti ordinatissimi del comò di mamma e si misura i foulard, le collane, gli anelli. Prende e butta. Apre la porta del salone e si getta sul divano (che quando mi sedevo io stropicciavo i cuscini e ci volevano gli osservatori dell’Onu per riportare mamma alla calma), spalanca altri armadi, tocca le pellicce, indossa i cappelli, va in cucina dove c’era il thè con la torta. Mamma per far vedere che avevamo uno straccio di servitù aveva convocato una donna che ci faceva le pulizie, una ragazza emigrata dal Veneto della piena del Po che a stento capisce l’italiano e spesso strilla con una voce che spacca i timpani. Come i silenti camerieri di corso Matteotti.

Margherita è un turbine, ride, è contenta. In 15 minuti ha frantumato l’ordine precostituito di casa Levi. Alla fine chiede a mia sorella: “Ma la tua camera dov’è?”.

La sera mamma mi chiede se un giorno voglio invitare Edoardo, che magari mi regalava la sua maglia della Juve. “Meglio di no” rispondo. Un po’ mi spiace, ma la mia camera era di un paio di metri più piccola di quella di Elisabetta.

Portato per la matematica

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Con mamma e Bettie sul terrazzo della casa di Laigueglia

A sette anni nel 1959 vado per la prima volta a ripetizione di matematica. L’ultima è stata nel 1971 il giorno prima dello scritto alla maturità (Scientifica). In mezzo anni e anni di lezioni e di sgridate, di sei in pagella strappati con le unghie e di totale e incondizionata avversione per i numeri. Reciproca, secondo me.

La differenza con mia sorella Elisabetta era palese, lei capiva anche il resto nei negozi. Il peggio sono state le tabelline del sette e dell’otto, le equazioni e le operazioni con parentesi tonde, quadre e graffe che io mettevo a caso. Mio papà mi chiedeva: quante castagne vuoi? Mah, tre o cinque. Nove o dodici, una forbice larga. Perché limitarsi quando puoi vagare nell’incertezza? Che è l’esatto contrario della scienza dei numeri.

Ho avuto insegnanti di ripetizione di tutti i generi, uomini e donne, giovani e anziani, pazienti e irascibili. Ma una rimane indimenticabile. Se arrivavo cinque minuti prima mi apriva la porta in vestaglia. I capelli raccolti in fretta, le ciabatte rosa, i piedi nudi. Mi cazziava subito: se ho detto alle 15 non sono le 14,55, tu con i numeri sei un asino. Una volta arrivo ancora prima, lei mi apre visibilmente in affanno, mi spinge verso lo studio e io sbircio nella luce di una porta socchiusa. Vedo un ragazzo, grande di età, che si aggiusta la camicia nei pantaloni.

Racconto a mamma di sta porta socchiusa, lei mi tranquillizza: la maestra insegna alle serali, ecco perché c’era quel ragazzo più grande. E’ stata l’ultima volta, da quella non sono più andato. Peccato, però. Avrei potuto fare le serali.

“E’ sano e buono, ma non è intelligente”

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Con Bettie al pian di Verra in Val d’Ayas

Quando avevo nove anni una psicologa disse a mia mamma: “E’ un bambino sano e buono, ma non è intelligente”. Mamma già in seconda elementare mi aveva mandato a lezione di matematica. Le tabelline, le divisioni, il nonno ha tre galline va al mercato e tutto il resto. Tiravo a indovinare. La psicologa era un’amica di mamma, era sposata a un democristiano romano che aveva tutto: la villa in collina, l’autista, innumerovoli posti di potere nell’amministrazione pubblica. La psicologa aveva anche tre figlie: una di una bellezza imbarazzante, identica a Froncoise Hardy degli anni Sessanta. Una era studiosa e brutta. E l’altra era inguardabile ma un genio, aveva la mia età, faceva le elementari e avrebbe potuto già stare al liceo.

La psicologa di mamma la domenica pomeriggio mi sottoponeva a dei test, quiz e domande prove pratiche con cubi e triangoli. Mia sorella Elisabetta era esclusa, ma lei stava lì a guardarmi. I test arrivavano dall’America, qui la psicologia era una materia del tutto inesplorata.

Il fatto è che io dovevo risolvere quei dannati quesiti insieme alle figlie della psicologa. La Hardy era fuori dalla gara. In fin dei conti. Ce ne stavamo tutti e tre intorno ad un tavolo, la psicologa con dei fogli e un cronometro. Ci consegnava domande e giochetti e si cominciava. Va detto che per istinto naturale io avrei copiato, ma lei che era furba ci distribuiva i posti che nemmeno Nembo Kid avrebbe visto nulla. La figlia media chiudeva le domande nei tempi stabiliti, la bruttissima con un minutaggio impressionante, io restavo fermo allo start per un quartro d’ora e quando mi avviavo cercavo di far entrare un triangolo in un cubo. Chi l’ha detto che non si può fare?

I 15 minuti erano il tempo massimo, le figlie della psicologa erano già in giardino. Dopo tre domeniche la psicologa aveva esaurito i test e la pazienza. Aveva dimostrato alla mia povera mamma desolata che le sue figlie viaggiavano nella stratosfera e che io avrei dovuto accontentarmi d’infilare un triangolo in un cubo. O da grande diventare democristiano. La mia sorellina mi guardava e ci capivamo. E’ sempre stato così tra noi.