Portato per la matematica

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Con mamma e Bettie sul terrazzo della casa di Laigueglia

A sette anni nel 1959 vado per la prima volta a ripetizione di matematica. L’ultima è stata nel 1971 il giorno prima dello scritto alla maturità (Scientifica). In mezzo anni e anni di lezioni e di sgridate, di sei in pagella strappati con le unghie e di totale e incondizionata avversione per i numeri. Reciproca, secondo me.

La differenza con mia sorella Elisabetta era palese, lei capiva anche il resto nei negozi. Il peggio sono state le tabelline del sette e dell’otto, le equazioni e le operazioni con parentesi tonde, quadre e graffe che io mettevo a caso. Mio papà mi chiedeva: quante castagne vuoi? Mah, tre o cinque. Nove o dodici, una forbice larga. Perché limitarsi quando puoi vagare nell’incertezza? Che è l’esatto contrario della scienza dei numeri.

Ho avuto insegnanti di ripetizione di tutti i generi, uomini e donne, giovani e anziani, pazienti e irascibili. Ma una rimane indimenticabile. Se arrivavo cinque minuti prima mi apriva la porta in vestaglia. I capelli raccolti in fretta, le ciabatte rosa, i piedi nudi. Mi cazziava subito: se ho detto alle 15 non sono le 14,55, tu con i numeri sei un asino. Una volta arrivo ancora prima, lei mi apre visibilmente in affanno, mi spinge verso lo studio e io sbircio nella luce di una porta socchiusa. Vedo un ragazzo, grande di età, che si aggiusta la camicia nei pantaloni.

Racconto a mamma di sta porta socchiusa, lei mi tranquillizza: la maestra insegna alle serali, ecco perché c’era quel ragazzo più grande. E’ stata l’ultima volta, da quella tizia in reggicalze non sono più andato. Peccato, però. Avrei potuto fare le serali.

“E’ sano e buono, ma non è intelligente”

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Con Bettie al pian di Verra in Val d’Ayas

Quando avevo nove anni una psicologa disse a mia mamma: “E’ un bambino sano e buono, ma non è intelligente”. Mamma già in seconda elementare mi aveva mandato a lezione di matematica. Le tabelline, le divisioni, il nonno ha tre galline va al mercato e tutto il resto. Tiravo a indovinare. La psicologa era un’amica di mamma, era sposata a un democristiano romano che aveva tutto: la villa in collina, l’autista, innumerovoli posti di potere nell’amministrazione pubblica. La psicologa aveva anche tre figlie: una di una bellezza imbarazzante, identica a Froncoise Hardy degli anni Sessanta. Una era studiosa e brutta. E l’altra era inguardabile ma un genio, aveva la mia età, faceva le elementari e avrebbe potuto già stare al liceo.

La psicologa di mamma la domenica pomeriggio mi sottoponeva a dei test, quiz e domande prove pratiche con cubi e triangoli. Mia sorella Elisabetta era esclusa, ma lei stava lì a guardarmi. I test arrivavano dall’America, qui la psicologia era una materia del tutto inesplorata.

Il fatto è che io dovevo risolvere quei dannati quesiti insieme alle figlie della psicologa. La Hardy era fuori dalla gara. In fin dei conti. Ce ne stavamo tutti e tre intorno ad un tavolo, la psicologa con dei fogli e un cronometro. Ci consegnava domande e giochetti e si cominciava. Va detto che per istinto naturale io avrei copiato, ma lei che era furba ci distribuiva i posti che nemmeno Nembo Kid avrebbe visto nulla. La figlia media chiudeva le domande nei tempi stabiliti, la bruttissima con un minutaggio impressionante, io restavo fermo allo start per un quarto d’ora e quando mi avviavo cercavo di far entrare un triangolo in un cubo. Chi l’ha detto che non si può fare?

I 15 minuti erano il tempo massimo, le figlie della psicologa erano già in giardino. Dopo tre domeniche la psicologa aveva esaurito i test e la pazienza. Aveva dimostrato alla mia povera mamma desolata che le sue figlie viaggiavano nella stratosfera e che io avrei dovuto accontentarmi d’infilare un triangolo in un cubo. O da grande diventare democristiano. La mia sorellina mi guardava e ci capivamo. E’ sempre stato così tra noi.

D’estate a La Vigna, ruspanti e selvaggi

Con mia sorella nell'aia de La Vigna, la casa di Busca

Con mia sorella Bettie nell’aia de La Vigna, la casa di Busca

D’estate noi bambini non si stava mai in città. Pur con pochi quattrini papà e mamma riuscivano a mandarci in vacanza tre mesi. A luglio nella vecchia, umida e ruspante “La vigna”, la cascina di Busca della zia Marianna. Una specie di detenzione per Betti, che odiava quell’isolamento collinare, lontano dal mondo, dalla civiltà e soprattutto dai nostri genitori.

Da Torino a Busca ci volevano tre ore di viaggio, le strade non erano del tutto asfaltate  e se incontravi una mandria di vacche in transito dovevi seguire le loro chiappe fino a che il contadino non decideva d’imboccare un sentiero tra i campi. Perciò si viaggiava così, adagio e con i finestrini chiusi per non fare entrare l’odore del letame che saliva dai campi.

A papà piaceva guidare, aveva una 600 bianca. Mamma vicina, noi due seduti dietro, Betti che pativa le curve, come si diceva allora. Anche se Torino-Busca ha pochissime curve. Una volta i nostri genitori ci portarono a Venezia, 400 chilometri a 80 km/h. Per non annoiarci mi ero inventato una teleferica costruita con un cordino e un cestino di carta che partiva dal chiudi-finestrino di mia sorella e arrivava al mio. Abbiamo giocato fino a Venezia, lei rideva così tanto che credo non si sia nemmeno accorta dei due giorni trascorsi in auto.

In ogni caso Busca non era Venezia. La cascina era abitata dai Bertaina, una famiglia di contadini a cui la zia, prima della guerra, aveva affidato la gestione del podere e dei campi di granoturco in pianura. Bertaina padre non aveva scarpe, andava a piedi nudi e non aveva denti, se li era tolti tutti con un paio di pinze per non andare in guerra in Russia. Lui e Giulia avevano tre figli: Attilio, Angelo e Anna.

Con loro mi trovavo bene.  Attilio e Angelo avevano due soli tipi di pantalone, uno corto in pelle per l’estate e uno lungo di lana per l’inverno. Il vecchio Bertaina diceva che la scuola era un perdita di tempo, che lui non sapeva leggere e che non gliene importava un accidente, perciò i due ragazzi a ottobre li prendeva a pedate e li spediva in giro per i campi. Un giorno arrivano i carabinieri e lui dice al maresciallo che non aveva avuto paura dei colpi che gli sparavano in trincea, figurarsi di uno in divisa che gli viene a prendere i figli per portarli in città a farsi bacchettare le mani da una maestra. Questo lo faceva lui ed era sufficiente.

Perciò “pare” cercava di far vedere ai figli il meno possibile il paese, caso mai si fossero distratti dalle montagne di escrementi che lui accumulava davanti a casa e che utilizzava per concimare i campi. Così, anche il barbiere di Busca veniva alla Vigna. Nel giorno di chiusura del negozio raccoglieva forbici e pettine in una borsa di pelle, saliva in sella ad una vecchia e arruginita bicicletta, pedalava lento sulla strada polverosa della collina e si fermava a cento metri dalla cascina. Gridava “barbiere!” e Giulia, la madre, legava il cane alla catena. Era l’unico giorno in cui Attilio e Angelo si lavavano, in una tinozza sotto il porticato, nudi e con un scaglie di sapone da bucato.

Il barbiere piazzava una sedia in mezzo all’aia, metteva una scodella in testa ai due ripuliti e tagliava i capelli seguendone il bordo inferiore. Il risultato era un taglio a caschetto che tolta la scodella le forbici riducevano ancora, fino all’arrivo della macchinetta che rasava a zero le due teste. A me, che guardavo con sospetto il parrucchiere di Torino in Galleria San Federico tutto luci, buoni profumi e un cavallo western sul quale mi sedeva, quel taglio di Attilio e Angelo mi faceva venire in mente i bambini di Dickens, quelli che mi facevano piangere la sera. Loro invece erano contenti, ridevano e saltavano, non vedevano l’ora di sfuggire alle grinfie del padre che li legnava. Ma soprattutto desideravano scappare dall’aia puzzolenta per correre nella nostra parte di cascina. Un pomeriggio sul tardi Attilio riporta in stalla le “vache da la pastura” e mi osserva giocare con elicottero ad elastico che papà mi aveva portato da Torino. Lo tocca, lo guarda con circospezione e poi mi chiede: “E custì che cosa sarìa?” Gli spiego che è un elicottero. E lui: ” E alura?”.

Molti anni dopo Kevin Costner in Balla coi Lupi avrebbe interpretato alla perfezione la mia parte.

Turin, Turin, Turin in linea!

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Sotto il pergolato con Bettie a La Vigna, davanti a casa

Le vacanze a La Vigna duravano più di tre settimane. Coccolati da nonni e zia, che avrebbero sacrificato il loro letto per noi,  soffrivamo l’assenza dei nostri genitori. Durante la settimana avevamo un contatto solo con loro. Al telefono, e non era come dirlo.

A Busca c’era un unico centralino telefonico. Chiunque avesse voluto fare delle chiamate interurbane doveva andare lì, dove c’erano una impiegata e cinque cabine. Noi con il nonno in bici si partiva presto il mattino, la lunga strada che scendeva dalla collina, a rotta di collo, cercando con i piedi giù dai pedali di alzare più polvere possibile. La tuba, come la chiamavano i contadini. La signora del centralino era una donna grassa e sorridente, toglieva e infilava cavi in un quadro appeso sopra la scrivania pieno di buchi. Quando il nonno le dava il numero di telefono di casa nostra a Torino lei ci strizzava l’occhio e noi uscivamo sulla piazza che c’era davanti. Seduti tutti e tre su una panchina, nella calura estiva, nel silenzio di un paese dove le automobili erano ancora una rarità, aspettavamo. A volte anche un’ora. Poi sentivamo la donna grassa che gridava: “Turin! Turin! Turin in linea!”. Giù dentro la cabina.  Questi erano gli unici tre minuti di conversazione con casa alla settimana.

Spesso Elisabetta, soprattutto di sera, una volta che i nonni ci avevano messi a letto piangeva e allora io le raccontavo che Torino era vicina, che mamma e papà potevano arrivare in qualsiasi momento, bastava solo che noi lo volessimo. Aspettavo che si addormentasse, poi mi riempivo di lacrime. Aspettavamo la domenica, all’alba già svegli e poi di vedetta in cima alla strada che saliva dalla collina per vedere in lontanza la polvere che alzava l’auto di papà che saliva veloce.

Le giornate erano calde e zuppe di mosche che s’infilavano in casa, nelle stoviglie in cucina, sul divano, tra i fili della lampade appese al soffitto. Il muro della stanza da pranzo confinava con la stalla che era dall’altra parte della casa e che era una specie di enorme centrale raccogli mosche. Di sera con le porte aperte entravano in casa falene grandi come alianti, e poi galli e galline che razzolavano sui nostri piedi quando stavamo seduti a tavola. Era come se fossimo fermi all’Ottocento. Nelle sere di pioggia mi rifugiavo nel fienile a guardare i lampi del temporale e se diluviava forte mi chiudevo nella stalla con i figli dei contadini. Quando ad agosto tornavamo a Torino mamma c’immergeva nella vasca da bagno per un pomeriggio intero cercando con sapone e acqua e profumi di toglierci quell’odore di stallatico che ci era entrato nella pelle.

Buon giorno, casa Levi ed io

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Bettie davanti alla casa di Kandersteg in Svizzera

Mamma quando rispondeva al telefono diceva: “Buon giorno, casa Levi ed io”. Eravamo alla fine degli ’50, io e mia sorella Elisabetta sorridevamo di questo vezzo o di quest’aura di nobiltà che in realtà non ci apparteneva. Ci piaceva quel “casa Levi ed io”. Pensavamo: chi altri sennò?

Mamma e papà qualche volta tra di loro parlavano anche in francese. Soprattutto a tavola, per non far capire a noi bambini che cosa si dicevano. Ho sempre immaginato storielle scabrose di amiche o amici o di qualche scandaletto della Comunità ebraica che papà a quel tempo frequentava ancora. O forse era che si stuzzicavano tra loro, papà così atletico e mamma una fascinosa trentenne. Poi ridevano e tornavano subito all’italiano: “Mangia, mangia polpette Giorgino”.

Così ho pensato di mettere insieme “casa Levi ed io” e il francese dei miei genitori. Ne è venuto fuori un blog con questo titolo. Qui racconterò ciò che ricordo di quegli anni ’50 e ’60. L’Italia che abbiamo amato, che usciva dalla guerra, dal fascismo e dalle leggi razziali. Sono piccoli ritratti di famiglia (qualcuno già scritto su fb), ognuno con un linguaggio speciale, il nostro personalissimo lessico.

Mi accingo a questo perché so che un giorno la mia memoria si stuferà di esercitarsi, quei tre neuroni che si rincorrono nella testa sono già affaticati e il giorno che si siederanno per riposarsi sarà finita. Per ora cerco di non dargli tregua.

Dedico questi ritratti alla mia amata sorellina che non c’è più e che li avrebbe letti sorridendo.