L’allegro Capodanno del ’61

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Mamma negli anni Sessanta al Sestriere

Quando eravamo bambini la sera dell’ultimo dell’anno si andava a festeggiare dalla psicologa, amica di mamma. Quella che mi sottoponeva ai test e che aveva detto di me: “E’ un bambino tanto bello quanto buono, ma non è intelligente”. La stessa che aveva la figlia più grande che assomigliava in modo imbarazzante a Francosie Hardy e le altre due bruttine ma con un cervello di molto superiore alla media. Certamente al mio.

Il pomeriggio del 31 dicembre del 1961 mamma mi dice: “Stasera potreste fare tu e le ragazze una recita d’intrattenimento. Perché non scrivi una specie di commedia?”. Mi metto lì con la penna e scrivo la mia prima e ultima commedia (fatta eccezione per “Melania che lagna”, due atti per sole marionette, che scrissi per Ottavia e Giorgio quando erano bambini). E’ una sorta di monologo che intitolo “Il povero vecchio”. A nove anni, la dice lunga.

Il cartellone della serata era questo: alle 21 lo speciale Walt Disney in tv che trasmetteva Rai 2, canale che noi non avevamo. Loro sì, perché l’alto funzionario democristiano marito della psicologa si era fatto installare un’antenna speciale che nessuno aveva ancora. Alle 23 un’ora di spettacolo casalingo. La figlia fascinosa balla il Dadaumpa. Per me avrebbe potuto andare avanti anche fino a mezzanotte. L’altra suona la chitarra e canta “Tous les garcon et le filles”, la terza recita qualche poesia di Ungaretti. Mia sorella Betti era esentata da tutto, a 5 anni faceva il pubblico.

Alle 23,30 tocca a me. Compaio da dietro una tenda con una specie di parrucca bianca, una vestaglia che mi andava sotto i piedi e un bastone. Ingobbito e con la voce tremula insceno il mio monologo. La cui trama era semplice: un vecchio rimasto solo la sera di capodanno si uccide gettandosi dalla finestra della casa di riposo. Divertente.

Quando chiudo e m’inchino al pubblico cala un gelo che nessun Dadaumpa al mondo avrebbe potuto sciogliere. Mamma e papà provano a dire “che bravo”, la psicologa vede crollare tutti i suoi test sui miei neuroni, le ragazze stanno mute come se il mondo stesse per finire a mezzanotte. Il democristiano stappa una delle sue duemila bottiglie di champagne arrivate negli ultimi tre giorni da amici degli amici degli amici.

Ma c’è un dettaglio che non potrò mai dimenticare. Betti che nel silenzio generale ride come se raccontassi una barzelletta, dalla prima all’ultima battuta del monologo. Alla fine mi salta al collo, mi bacia e mi dice: “Ma dove hai trovato sta vestaglia? Sembri il Mago Zurlì!”.

Ho replicato il 31 dicembre del 1962 “Il povero vecchio”, ultima recita per sempre. Poi abbiamo smesso con i capodanni dalla psicologa. E tutti i test sono stati cancellati.

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