Quella notte di neve del 1955

betti a busca

Con Bettie ad aprile 2014, al piazzale della Madonna del Campanile di Busca.

Il primo ricordo che ho di mia sorella Elisabetta porta la data del 28 novembre del 1955, il giorno della sua nascita. Anzi, del 27, quando al pomeriggio mamma mi dice: “Questa sera dormi dai nonni, io vado a prendere una sorellina o un fratellino, adesso vediamo”. Ho quattro anni e non capisco bene dove mamma va a prendere questa sorella o questo fratello. E perché poi, in fin dei conti mi sembrava che stessimo bene anche così. Noi due con papà. E c’è anche il fatto che non so dove si vanno a prendere i bambini.

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con Bettie nella casa di piazza Risorgimento

Mamma mi veste di corsa, prepara una borsa e papà mi porta dai nonni. Sono i genitori di mamma, fanno i custodi in un palazzo nel centro di Torino. Il nonno era un operaio socialista e antifascista militante, che aveva perso il lavoro all’Aeronautica perché non si era iscritto al partito di Mussolini. Finisce anche un paio di giorni in prigione, la volta che il duce va in visita alla Fiat. Con una figlia da crescere, senza alcuna azienda che lo assumesse, privi dei benefici che il partito elargiva, l’unica sistemazione che lui e nonna trovano, alla vigilia della guerra, è una guardiola di portineria in un palazzo nobiliare del centro storico. Abiteranno lì fino alla laurea di mamma, al suo matrimonio e per qualche anno ancora.

La sera del 27 novembre del ’55 arrivo con la mia borsa. Dentro ci sono un asciugamano con Paperino ricamato, l’acqua di colonia, un sapone, il pigiama di flanella, un ricambio di biancheria, maglia, calzoni, scarpe con la para di gomma. Il cielo è grigio e pesante, l’aria che si respira per le strade è quella di Torino alla vigilia di una nevicata. La portineria è ben calda, il nonno è andato in cantina a spingere al massimo le caldaie, perchè i signori Mottura del terzo piano si sono lamentati che fa freddo.

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Bettie infagottata come una bambola

Mi hanno sistemato un letto nella loro camera, sotto ad una finestra. Mi si chiudono gli occhi, filtra dagli scuri la luce dei lampioni, sento la gente che cammina veloce nel freddo della notte. Il mattino è silenzioso, me ne sto rincatucciato nel tepore delle coperte e vedo la luce del giorno chiara e abbagliante. E’ nevicato per ore, c’è una coltre di mezzo metro, il nonno è fuori dalle cinque che spala il marciapiede. La nonna sorride, mi solleva dal letto: “E’ nata la tua sorellina, si chiama Elisabetta!”. E mi bacia, mi bacia, mi bacia sulle guance. Vicino al termosifone della guardiola ha sistemato una bacinella di zinco grande come una vasca da bagno. Ci versa brocche di acqua bollente, m’immergo in quella nuvola di vapore. Mi lava e mi strofina, mi avvolge in un accapatoio bianco enorme passandomi l’acqua di colonia sui capelli.

Papà bussa ai vetri della guardiola a metà mattina e io sono già tutto pronto. Indosso il paltò azzurro che mi ha fatto la sarta Rampino e un berretto con il paraorecchie. Filiamo con la 500 Giardiniera verso il Maria Vittoria tra muri di neve, rumori soffusi, voci ovattate. Quando entriamo nel cortile dell’ospedale papà mi tiene per mano in una stretta calda. E’ felice, lo vedo da come cammina svelto quasi correndo, magro e con il cappotto che gli arriva sotto il ginocchio. E’ un ragazzo di 34 anni e in questa mattina di freddo e di ghiaccio è padre di due figli.

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Bettie nella culla di vimini che prima era stata la mia

Nel lungo corridoio della maternità le infermiere spingono carrelli pieni di neonati, davanti alla stanza della mamma ce ne mostrano uno dove ci sono setto o otto bambini. Papà chiede “Qual è mia figlia?”. Indico il primo bebè in alto, l’infermiera sorride e mi sposta il dito su quella al centro: “No, lei è Elisabetta”. Ha macchie rosse sulla fronte, non piange, gli occhi sono spalancati. Mica pensavo che i neonati fossero così piccoli, ho  quattro anni e prendo la sua mano nella mia, che sembra enorme. Mamma un po’ è commossa, poi mi sorride. Me ne sto lì beato, ora siamo in quattro e sento il profumo del borotalco. Mi guardo intorno nella stanza, ci sono altre famiglie, altre donne, altri papà, è proprio una giornata speciale, e so perfino dove si vanno a prendere i bambini.

Ecco, è così che è andata quel 28 novembre del ’55 e questo è ancora, dopo 59 anni, il ricordo più lontano, nitido e preciso, che ho nel tempo.

(Le foto sono di papà, che già negli anni Cinquanta girava sempre con la macchina appesa al collo e mi ha lasciato un archivio con centinaia di stampe e altrettante diapositive. A quel tempo aveva una Kodak Retina III C, conservata integra e funzionante ancora adesso dopo 60 anni).

macchina fotografica

la macchina fotografica di papà

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