Colo a picco sul greco, scappo tenendo Bettie per mano

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Con Bettie e papà in Val d’Aosta

Mamma voleva che a tutti i costi facessi il liceo classico. E non uno qualunque, il  D’Azeglio. Quello di Primo Levi, Einaudi, Bobbio, Pavese, Pivano, Agnelli, Pajetta, Firpo e una miriade di altri capoccioni passati per quei banchi. Quando finisco le medie mi ritrovo in via Parini e non so nemmeno bene perché. Gli inizi sono disastrosi, la fine sarà ingloriosa.

Vado ancora a scuola con i pantaloni corti, quelli che si dicevano “all’inglese” con i due bottoni all’altezza del ginocchio, dove arrivano i calzettoni lunghi che mamma acquistava in un negozio che li importava direttamente dall’Inghilterra. I miei compagni sono la più boriosa e strafottente compagnia che mi sia mai capitato d’incontrare. Frequentare il D’Azeglio li gonfiava come tacchini pronti per il pranzo di Natale. Il primo giorno sento l’emozione dell’esordio, varcare quella soglia leggendaria mi mettene inquietudine. Nell’ultimo banco in fondo c’è un tizio che ha già un’ombra di baffi, appoggia il suo corpaccione al muro e si vanta di ripetere la quarta ginnasio per la terza volta. Ha il vocione da baritono e prende di mira i piccoletti appena arrivati. Io con quei calzoni all’inglese sembro il bersaglio perfetto. Nell’intervallo mi ferma sulla porta e mi apostrofa: “Ehi tu! Li hai già i peli sul pube?”. A sentirla oggi sembrerebbe perfino una domanda educata. Chi direbbe pube? Ma siamo nel 1965, e soprattutto io non ho i peli sul pube.  Gli rispondo: “Sì, certo! Cosa credi?”. Qualche giorno dopo prendo La Romana di Moravia, che stava nelle file nascoste della libreria di casa, e capisco. Eccome se capisco.

I professori sono più iene che lupi mannari, il ’68 è ancora lontano e in classe tira aria da galera. Colleziono una sfilza di tre, in tutto. Raggiungo il 6 in italiano, unica sufficienza nei primi tre mesi. Il greco è la punta di diamante della débacle. Quando la professoressa legge i voti dei compiti comincia dai più bassi. “Levi, 3” “Levi, dal 3 al 4”. “Levi, 3+”. Da quel pantano non esco, a casa pazientano, in fondo 3+ è una speranza. Mamma dice che all’inizio è sempre così: “Figlio mio, vai al D’Azeglio, mica in quelle scuole private! Chissà che voti aveva Pavese?”. Almeno 6 in italiano, penso.

La sconfitta finale arriva quando mi appioppano un umiliante “3 – – -“. Quasi 2, e non quasi 4, come speravo. Decido che è il momento di non tornare più a casa. Voglio scappare. Ma ho bisogno di trovare una complice. Chi meglio della mia sorellina? L’aspetto all’uscita da scuola:

“Betti, io non torno a casa”.

“E perché?”.

“Ho preso 3 – – -“.

“Proprio poco”.

“Scappo”.

“E dove vai? Oggi mamma ha fatto i crauti”.

“Dove vado lo so io, tu devi dire quando entri in casa che Giorgio non torna più. Fine”.

“Va bene, ma scappa un pezzo con me”.

La prendo per mano e andiamo verso casa. Nel viale che fiancheggia la nostra via, a due portoni dall’ingresso, Betti mi dice: “Ecco scappa qui, stai nascosto dietro questa pianta, così siamo vicini”.

Me ne sto lì un paio d’ore, alle due vedo papà uscire per tornare in ufficio, alle tre ho un discreto appetito.  E’ la resa. Suono il campanello e salgo. Mamma è in cucina: “Dai, sbrigati che sti crauti sono stracotti”. Mi aspettavo la tempesta, c’è la quiete dei giorni più placidi. “Mamma, ho preso 3 – – -“. “Lo so, me lo ha detto tua sorella. Sei un asino, ma non posso tenerti lì a marcire su quei banchi”.

Un mese dopo firmerà le pratiche per farmi uscire dal D’Azeglio. Rassegnata a non vedermi nella hall of fame con Pavese, Einaudi e Bobbio. Scoprirò che Betti non aveva detto che ero scappato. In fondo sapeva che a quei crauti non avrei rinunciato.

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2 Risposte

  1. Allora è vero che cucinavano le stesse cose, a casa mia sempre crauti, dovrò imparare a farli anche io.

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    1. sarà meglio, mamma tua era le replica di mamma nostra che a sua volta era l’esatta copia della sua di mamma.

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