Turin, Turin, Turin in linea!

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Sotto il pergolato con Bettie a La Vigna, davanti a casa

Le vacanze a La Vigna duravano più di tre settimane. Coccolati da nonni e zia, che avrebbero sacrificato il loro letto per noi,  soffrivamo l’assenza dei nostri genitori. Durante la settimana avevamo un contatto solo con loro. Al telefono, e non era come dirlo.

A Busca c’era un unico centralino telefonico. Chiunque avesse voluto fare delle chiamate interurbane doveva andare lì, dove c’erano una impiegata e cinque cabine. Noi con il nonno in bici si partiva presto il mattino, la lunga strada che scendeva dalla collina, a rotta di collo, cercando con i piedi giù dai pedali di alzare più polvere possibile. La tuba, come la chiamavano i contadini. La signora del centralino era una donna grassa e sorridente, toglieva e infilava cavi in un quadro appeso sopra la scrivania pieno di buchi. Quando il nonno le dava il numero di telefono di casa nostra a Torino lei ci strizzava l’occhio e noi uscivamo sulla piazza che c’era davanti. Seduti tutti e tre su una panchina, nella calura estiva, nel silenzio di un paese dove le automobili erano ancora una rarità, aspettavamo. A volte anche un’ora. Poi sentivamo la donna grassa che gridava: “Turin! Turin! Turin in linea!”. Giù dentro la cabina.  Questi erano gli unici tre minuti di conversazione con casa alla settimana.

Spesso Elisabetta, soprattutto di sera, una volta che i nonni ci avevano messi a letto piangeva e allora io le raccontavo che Torino era vicina, che mamma e papà potevano arrivare in qualsiasi momento, bastava solo che noi lo volessimo. Aspettavo che si addormentasse, poi mi riempivo di lacrime. Aspettavamo la domenica, all’alba già svegli e poi di vedetta in cima alla strada che saliva dalla collina per vedere in lontanza la polvere che alzava l’auto di papà che saliva veloce.

Le giornate erano calde e zuppe di mosche che s’infilavano in casa, nelle stoviglie in cucina, sul divano, tra i fili della lampade appese al soffitto. Il muro della stanza da pranzo confinava con la stalla che era dall’altra parte della casa e che era una specie di enorme centrale raccogli mosche. Di sera con le porte aperte entravano in casa falene grandi come alianti, e poi galli e galline che razzolavano sui nostri piedi quando stavamo seduti a tavola. Era come se fossimo fermi all’Ottocento. Nelle sere di pioggia mi rifugiavo nel fienile a guardare i lampi del temporale e se diluviava forte mi chiudevo nella stalla con i figli dei contadini. Quando ad agosto tornavamo a Torino mamma c’immergeva nella vasca da bagno per un pomeriggio intero cercando con sapone e acqua e profumi di toglierci quell’odore di stallatico che ci era entrato nella pelle.

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