D’estate a La Vigna, ruspanti e selvaggi

Con mia sorella nell'aia de La Vigna, la casa di Busca

Con mia sorella Bettie nell’aia de La Vigna, la casa di Busca

D’estate noi bambini non si stava mai in città. Pur con pochi quattrini papà e mamma riuscivano a mandarci in vacanza tre mesi. A luglio nella vecchia, umida e ruspante “La vigna”, la cascina di Busca della zia Marianna. Una specie di detenzione per Betti, che odiava quell’isolamento collinare, lontano dal mondo, dalla civiltà e soprattutto dai nostri genitori.

Da Torino a Busca ci volevano tre ore di viaggio, le strade non erano del tutto asfaltate  e se incontravi una mandria di vacche in transito dovevi seguire le loro chiappe fino a che il contadino non decideva d’imboccare un sentiero tra i campi. Perciò si viaggiava così, adagio e con i finestrini chiusi per non fare entrare l’odore del letame che saliva dai campi.

A papà piaceva guidare, aveva una 600 bianca. Mamma vicina, noi due seduti dietro, Betti che pativa le curve, come si diceva allora. Anche se Torino-Busca ha pochissime curve. Una volta i nostri genitori ci portarono a Venezia, 400 chilometri a 80 km/h. Per non annoiarci mi ero inventato una teleferica costruita con un cordino e un cestino di carta che partiva dal chiudi-finestrino di mia sorella e arrivava al mio. Abbiamo giocato fino a Venezia, lei rideva così tanto che credo non si sia nemmeno accorta dei due giorni trascorsi in auto.

In ogni caso Busca non era Venezia. La cascina era abitata dai Bertaina, una famiglia di contadini a cui la zia, prima della guerra, aveva affidato la gestione del podere e dei campi di granoturco in pianura. Bertaina padre non aveva scarpe, andava a piedi nudi e non aveva denti, se li era tolti tutti con un paio di pinze per non andare in guerra in Russia. Lui e Giulia avevano tre figli: Attilio, Angelo e Anna.

Con loro mi trovavo bene.  Attilio e Angelo avevano due soli tipi di pantalone, uno corto in pelle per l’estate e uno lungo di lana per l’inverno. Il vecchio Bertaina diceva che la scuola era un perdita di tempo, che lui non sapeva leggere e che non gliene importava un accidente, perciò i due ragazzi a ottobre li prendeva a pedate e li spediva in giro per i campi. Un giorno arrivano i carabinieri e lui dice al maresciallo che non aveva avuto paura dei colpi che gli sparavano in trincea, figurarsi di uno in divisa che gli viene a prendere i figli per portarli in città a farsi bacchettare le mani da una maestra. Questo lo faceva lui ed era sufficiente.

Perciò “pare” cercava di far vedere ai figli il meno possibile il paese, caso mai si fossero distratti dalle montagne di escrementi che lui accumulava davanti a casa e che utilizzava per concimare i campi. Così, anche il barbiere di Busca veniva alla Vigna. Nel giorno di chiusura del negozio raccoglieva forbici e pettine in una borsa di pelle, saliva in sella ad una vecchia e arruginita bicicletta, pedalava lento sulla strada polverosa della collina e si fermava a cento metri dalla cascina. Gridava “barbiere!” e Giulia, la madre, legava il cane alla catena. Era l’unico giorno in cui Attilio e Angelo si lavavano, in una tinozza sotto il porticato, nudi e con un scaglie di sapone da bucato.

Il barbiere piazzava una sedia in mezzo all’aia, metteva una scodella in testa ai due ripuliti e tagliava i capelli seguendone il bordo inferiore. Il risultato era un taglio a caschetto che tolta la scodella le forbici riducevano ancora, fino all’arrivo della macchinetta che rasava a zero le due teste. A me, che guardavo con sospetto il parrucchiere di Torino in Galleria San Federico tutto luci, buoni profumi e un cavallo western sul quale mi sedeva, quel taglio di Attilio e Angelo mi faceva venire in mente i bambini di Dickens, quelli che mi facevano piangere la sera. Loro invece erano contenti, ridevano e saltavano, non vedevano l’ora di sfuggire alle grinfie del padre che li legnava. Ma soprattutto desideravano scappare dall’aia puzzolenta per correre nella nostra parte di cascina. Un pomeriggio sul tardi Attilio riporta in stalla le “vache da la pastura” e mi osserva giocare con elicottero ad elastico che papà mi aveva portato da Torino. Lo tocca, lo guarda con circospezione e poi mi chiede: “E custì che cosa sarìa?” Gli spiego che è un elicottero. E lui: ” E alura?”.

Molti anni dopo Kevin Costner in Balla coi Lupi avrebbe interpretato alla perfezione la mia parte.

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